Neurobasket e tutto il resto; che è successo?

E’ successo che per una serie di ragioni di cui non intendo dire niente, neppure una sillaba, mi sono trovato a passare quasi tutta la settimana fuori dall’ufficio, esente da quel piacevole simpatico dito in culo che è il dover passare tutto il proprio tempo da sveglio vivo in un ufficio, o in un qualunque altro luogo si svolga il vostro lavoro. Il che significa che se già normalmente faccio una certa fatica a trovare quei cinque minuti buoni per buttare giù qualche impressione, se non sulla vita e sul senso dell’universo, almeno sui quei pochi eventi sportivi che mi interessano, questa volta ho dovuto aspettare adesso.
Adesso significa domenica notte, in un orario in cui dovrei prepararmi per dormire in attesa di domani, che per inciso è lunedì.
Detto questo, vediamo di seguire un filo cronologico, partendo dal basket.
Dopo la bella vittoria contro Israele, qualcuno (un po’ anche io) si era illuso che la nazionale italiana fosse avviata verso una di quelle favole che si vedono solo nei film ammerigani, quelli in cui una squadra che non è tra le favorite assolute, pur tra mille difficoltà, arriva alla fine a vincere il trofeo della vita e tutti si alzano e fanno loro l’applauso di fine di mondo.
Avete presente l’applauso di fine di mondo?
Funziona così: vince quello che nessuno si aspetta, per cui il pubblico rimane ammutolito, basito, congelato. Poi un tizio più coraggioso degli altri si alza in piedi e comincia a battere le mani ritmicamente, non troppo veloce, da solo. Un po’ alla volta si alzano anche gli altri, prima un paio, poi ancora un po’, fino a quando tutti battono le mani, qualcuno piange, qualcuno esulta. Alla fine è un’ordalia di applausi. Tutti hanno vinto, viva lo sport, viva l’amore, viva la viva.
La realtà però non è scritta dagli sceneggiatori di Hollywood, oppure gli sceneggiatori questa volta avevano famiglia in Spagna, per cui la nazionale italiana ha rimediato un quinto posto che sa tanto di premio di consolazione, mentre la Spagna s’è portata a casa il primo posto. Onore alla Spagna e gloria eterna a quel vero fenomeno che è Pau Gasol.
Ora, ho avuto poco tempo per scriverci sopra, ma grazie alla potenza dell’ipad, seduto in riunione plenaria (un buon modo per non dire sul cesso), ho letto molti pareri sulle partite dell’Italia. Il fatto che concordi con molti di quelli più negativi, che quasi unanimemente hanno identificato come maggiore dei problemi il fatto che la squadra ha quasi sempre giocato poco come squadra, non fa certo di me un tecnico esperto, ma probabilmente indica che il problema era talmente evidente che anche io me ne sono accorto.
Di fatto quando si vince si tende a vedere meno i problemi e in qualche modo è quello che ho fatto anche io. Ma contro la Lituania è stato evidente che l’attacco dell’Italia si basava sulle singole ispirazioni individuali, più che su un gioco costruito per la squadra.
Poi è ovvio, se loro tirano col 60% di realizzazione da 3 non è che ci sia molto da fare. Ma è ovvio che se i tiri sono ben costruiti ed arrivano alla fine di una azione di squadra il cui scopo è proprio quello di arrivare ad un tiro più agevole, le percentuali sono più alte, se invece ogni volta che tiri ci arrivi a seguito di una azione quasi casuale, in cui chi ha la palla e se la sente tira, beh c’è poco da lamentarsi se vincono gli altri.
Una cosa mi ha lasciato particolarmente stupito: nell’ultimo quarto, dopo appena due minuti, i lituani erano già andati oltre il bonus coi falli. Segno certamente di un atteggiamento maggiormente aggressivo da parte loro. Però da quel momento in poi mi aspettavo che gli italiani avrebbero cercato costantemente le penetrazioni, in modo da procurarsi tiri liberi a profusione (mestiere in cui il gallo, oltretutto, è maestro). Non è successo nulla di tutto ciò. Come se non solo si fosse spenta completamente l’intelligenza tattica dei giocatori, ma anche dalla panchina nessuno avesse avuto l’acume di dire una cosa così semplice.
Bah. Ce ne sarebbero da dire. la mia sensazione è che alla fine questa nazionale non fosse poi così pronta, come squadra, per una sfida come l’europeo. Alcuni campioni che non possono essere discussi, alcuni gregari di sicuro valore, un paio di giocatori che non capisco perché sono stati aggregati al gruppo, dato che non hanno mai giocato quando serviva, ma non una squadra. Quando le cose girano, in queste condizioni, si può fare l’impresa. Ma se non girano la mancanza di un gioco di squadra si fa sentire e l’impresa la fanno gli altri.
I dubbi sull’allenatore invece li lascio a chi se ne intende di più. Io i miei ce li ho, ma me li tengo. Il futuro è un torneo di qualificazione alle olimpiadi in cui spero di vedere una squadra che gioca più da squadra.
Detto questo mi sono goduto un campionato europeo di alto livello, in cui i miei pronostici sono stati del tutto stravolti, ma in cui credo davvero che abbia vinto la squadra che, alla fine meritava di più. Non fosse altro per la presenza e le prestazioni di quell’autentico fenomeno di Gasol. Il quale però, giova ricordarlo, non ha giocato e non ha vinto da solo.

Non si fosse fatta una cert’ora magari scriverei anche qualcosa sulla partita del Milan, giusto per saltare di palo in frasca. Ma s’è fatta una cert’ora. Diciamo che sono contento per il risultato e per alcune cose viste in campo. Il resto, magari, in settimana.

One thought on “Neurobasket e tutto il resto; che è successo?

  1. … va beh … di favole ne abbiamo già vissute due … una nell’83 e una nel 99. Un pesierino alla terza favola lo avevo fatto anche io a dire la verità … avrebbe anche avuto un senso “matematico” (1983+16=1999+16=2015) ma è andata così. Io mi accontenterei, per cominciare, di partecipare a mondiali e olimpiadi …

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