A mai più riveCerci

Sorprendentemente (ehm, si fa per dire) il mio prestigioso sondaggio di inizio anno su chi gettare nella rumenta ha dato come primo risultato, con il 20 % dei voti, il funambolico Cerci.
Uno su 5, tra i millemila partecipanti al voto, hanno detto che di lui si può tranquillamente fare a meno.
Buon secondo è arrivato il capitano lento, del quale difficilmente ci disferemo a breve, dato che se tanto mi dà tanto probabilmente non ha ancora finito di disfare le valigie dopo il suo arrivo a Milano.
A seguire tutti gli altri, con Galliani e la famiglia Berlusconi terzi a pari merito.
Devo dire che non mi stupisco, perché questo è quello che fanno le delusioni. Cerci è arrivato al Milan con l’aura da salvatore della patria, per cui quando s’è visto che era a malapena in grado di salvare se stesso s’è scatenato l’inferno.
Dirò la mia, che poi è la stessa che ho già detto quando si parlava del suo arrivo tempo fa: Cerci ha fatto un’annata straordinaria, col Torino, prima della quale è sempre stato un giocatore con buone doti che però divideva equamente il suo tempo tra la panchina e la tribuna, più che sul campo.
Dopo quell’annata è stato finalmente catapultato nell’olimpo, o per dirla come la direbbe lui nel calcio che conta. Che ha comodamente visto da una tribuna per la maggior parte del tempo.
Quindi è arrivato a noi, osannato come l’uomo che finalmente avrebbe risolto tutti i problemi. Il resto non è neppure storia, è cronaca. Cronaca fresca, grondante lacrime e disillusione.
In questo breve tempo con noi Cerci ha fatto, forse, un paio di prestazioni decenti, non risolutive né determinanti, continuando poi la sua tradizione di frequentatore di panchine. Insomma, s’è dimostrato utile come una fetta di mortadella per pulire il parabrezza dell’auto.
Colpa sua, evidentemente, ma anche colpa di chi lo ha preso e ce lo ha spacciato per quello che non è.
Non ci mancherà, in ogni caso.

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