Mia madre – Nanni Moretti – tu chiamale se vuoi, recensioni

Qualche sera fa ho finalmente visto “Mia madre”, l’ultimo film di Nanni Moretti.
In qualche modo sapevo già cosa aspettarmi e, forse, è anche questo il motivo per cui ho atteso tanto a vederlo dopo la sua uscita.
Sarà che forse sono fin troppo superficiale, magari sbaglio approccio, probabilmente non sono abbastanza intellettuale, ma a parte poche eccezioni, in genere se guardo un film, soprattutto al cinema, mi piace uscirne divertito.
L’esplorazione della realtà, e soprattutto l’esplorazione del dolore, sono esperienze che già mi capitano nella vita reale e mi bastano.
I film di Nanni Moretti però hanno sempre fatto parte della categoria delle eccezioni. C’è stato un tempo in cui,  per me e per una ristretta cerchia di miei amici,  erano un evento. una di quelle cose che aspettavi sin da quando cominciavano ad arrivare le prime voci sulla prossima uscita.
Poi forse siamo un po’ invecchiati tutti, sia noi che Nanni Moretti, non so. Fatto sta che adesso, per quest’ultimo film, aspettare non mi è pesato. L’ho visto una sera, perché è capitato ed in fondo forse era la serata giusta, ma se anche avessi aspettato un’altra occasione non mi sarebbe pesato.
A parte questo che potrei dire del film? Nulla che già non sia stato detto. Nanni Moretti è sempre lui, un po’ come il Marlon Brando nella canzone di Ligabue. E’ bravo, ci sa fare, sa mettere quella punta di ironia per non fare un completo mappazzone anche quando affronta il tema del dolore. Eppure questi film di piangere che alterna agli altri suoi film restano quelli che, personalmente, apprezzo meno.
L’ho visto, mi è piaciuto, non ho mai neppure lontanamente pensato di interrompere la visione, ma difficilmente, come per la stanza del figlio, lo rivedrò. Non volontariamente.
Non ci sarà una serata in cui chiamerò gli amici per rivedere insieme Mia madre. Anche se è un bel film.
Poi magari tra qualche anno me lo troverò davanti facendo zapping e mi metterò a rivederlo. Ma o sarà così o non sarà.
Ora però non è questo il punto su cui volevo soffermarmi.  Potrei soffermarmi, se fossi abbastanza intellettuale,  su milioni di chiavi di lettura, tipo lo sdoppiamento di Nanni Moretti in due personaggi, quello interpretato da Nanni Moretti stesso e quello di Margherita Buy, oppure potrei sforzarmi di cogliere le tante citazioni, alcune evidenti, altre meno, sparse ovunque nel film.
Invece farò quello che faccio di solito in certe situazioni, seguirò la regola aurea che dice, di fronte ad una potenziale situazione di crisi, di fare la scelta più stupida. Magari non serve, ma almeno ci si diverte.
E la scelta più stupida in questo caso è quella di soffermarsi su un particolare che mi ha colpito in questo film, e che mi ha colpito allo stesso modo in altri film di altri registi italiani e, soprattutto, romani: le case in cui vivono i protagonisti.
Vabbè, capisco che state rappresentando eventi della vita di un certo tipo di personaggi, appartenenti a quella che in altri tempi si sarebbe definita “la borghesia romana”, ma è mai possibile sant’iddio che questa gente viva regolarmente in case enormi, con immensi corridoi e una quantità esagerate di stanze, due tre quattro bagni, librerie da biblioteca vaticana e terrazze che immancabilmente si affacciamo su tipici panorami alla romana?
Ma è possibile che tutti a Roma vivano in case così?
Non c’è mai un monolocale, un bilocale, o anche uno striminzito trilocale con un solo bagno.
Ma sono tutte così le case di Roma? E poi ci lamentiamo dell’attico di Bertone?

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