Genti strani

Gente strana ce n’è tanta. Gente con dei problemi.

C’è in giro gente che dice di preferire l’inverno all’estate. Ma questo è un altro discorso.

C’è in giro gente che non avendo un utero pontifica su chi ne ha uno e su come dovrebbe usarlo. Ma anche questo è un altro discorso.

Il discorso è che ho prenotato la terza dose del vaccino contro il Covid-19.
E che ho già fatto, per la prima volta nella mia vita, il vaccino anti-influenzale.

Ora siete liberi di scatenare il vostro e sticazzi? più liberatorio, e in un certo senso vi capisco.
Perché ce lo dici? Perché ce lo comunichi? Perché dovrebbe interessarci?

Perché mi sarei un po’ rotto i coglioni di vedere in giro post di idioti no-vax, no-greenpass, no mask, no-stocazzo come se ci fossero solo loro.
Sono una sparuta minoranza di idioti molto rumorosi, cui qualcuno purtroppo dà voce per interessi diversi, ed è ora di dirglielo. E di ripeterlo. Fino a quando non se ne fanno una ragione (ammesso che siano in grado).

Certo, direte voi, ci sono anche quelli che non possono vaccinarsi. Ma sono una minoranza nella minoranza, hanno un certificato che attesta la loro condizione e generalmente non ammorbano gli altri con teorie strampalate. Vaccinarsi, oltretutto, serve anche a proteggerli.

A quelli che invece non si vaccinano perché hanno paura, pur dichiarando di non essere no-vax, do una notizia flash: siete anche voi dei no-vax del cazzo. Perché la paura nasce spesso dall’ignoranza, e l’ignoranza si combatte informandosi.

Se con tutte le fonti disponibili, e sono tantissime, decidete di dare credito solo a quelle che sostengono le tesi no-vax, siete anche voi dei no-vax del cazzo.

Se decidete di ignorare il fatto che la stragrande maggioranza delle persone che vi circondano ha fatto il vaccino, moltissimi già due dosi, e stanno tutti bene, siete anche voi dei no-vax del cazzo.

Se decidete di ignorare il fatto, evidentissimo, che è molto, ma molto, ma molto più probabile morire di Covid-19 che di vaccino, beh, fatevene una ragione, siete anche voi dei no-vax del cazzo.

Ma anche per questo, c’è un vaccino.
E’ sufficiente informarsi presso fonti attendibili, lasciando perdere ammiocuggino.orgl o mihannocandidatoalnobelmanessunolosa.int.
Basta smettere di dare retta a chi millanta titoli o candidature improbabili per venderti cure ancora più improbabili, e costosissime.

A meno che non siate di quelli per cui noi vaccinati saremmo dovuti morire tutti entro due mesi dal vaccino (vi do una notizia, non è successo), di quelli che pensano che dietro a tutto questo ci sia un complotto di Bill Gates (a proposito, attendo ancora i bonifici degli ultimi mesi) per iniettarci microchip che ci trasformino in macchine telecomandate attraverso il 5G e decimare la popolazione mondiale (vi do un altra notizia, ci sono metodi più sbrigativi ed economici, tipo lasciarci morire tutti di Codiv-19), o di quelli che “siamo sotto una dittatura sanitaria” (anche a voi do una notizia, se fossimo in una vera dittatura non potreste propagandare le vostre stronzate in libertà) o di quelli che “il vaccino è il marchio di satana” (no, per voi niente notizie, non siete in grado).
Per costoro occorre un trattamento un po’ più drastico, magari ricominciando dalla prima elementare.

No green pass? No party.

Primo giorno di vacanza. Sardegna. Mezzogiorno e qualcosa. Decidiamo di andare al ristorante.

C’è la possibilità di mangiare fuori, all’aperto, ma dato il caldo subtropicale decidiamo che i posti all’interno, con aria condizionata, sono molto più allettanti.

All’ingresso ci chiedono il green pass. Ce l’abbiamo, lo mostriamo, tutto ok. La sala è praticamente vuota, comprensibile dato che a quest’ora la gente preferisce mangiare panini in spiaggia.

Ma noi siamo appena arrivati, dopo un viaggio abbastanza lungo. In spiaggia ci andremo nel pomeriggio, dopo aver digerito e riposato, per cui mettere le gambe sotto il tavolo è esattamente quello di cui abbiamo bisogno ora.

Poco dopo di noi arrivano, per conto loro, altre due coppiette. Hanno il green pass. si accomodano all’interno, in tavoli distanti tra loro (e da noi).

Nel frattempo arriva un altro gruppo piuttosto numeroso e rumoroso. Famiglie, tre, con ragazzini. Una tavolata da almeno 10 persone (non sono certo stato lì a contarli). Non hanno il green pass. Si accomodano fuori e pranzano anche loro, beati e contenti.

Morale della favola, il green pass funziona.

Certo, mi rendo conto che se un locale non ha la possibilità di allestire tavoli all’aperto, può trovarsi a dover rifiutare dei clienti.

Ma se penso all’alternativa, cioè a ritornare a chiudere i ristoranti e gli altri locali, lasciando solo la disponibilità dell’asporto, non vedo molte altre possibilità.

Ce n’è una sola, invero (era da un po’ che desideravo di scrivere invero): vaccinatevi tutti e non rompeteci il cazzo, oppure statevene alla casa.

Non ve l’ha detto il dottore di andare al bar o al ristorante.

Ma sono abbastanza sicuro che il dottore (a meno che non sia un ciarlatano, magari di quelli che millantano impossibili candidature al premio Nobel per vendervi cure alternative e inefficaci), vi direbbe la stessa cosa: vaccinatevi.

Periferie (poco) elettriche

Ovvero: quando non conti un cazzo.

Da qualche tempo, nella zona molto periferica della ridente città di Milano (capitale europea di quassicosa) in cui vivo, fa caldo. Mica solo qui, ovviamente.
Per essere tassonomici e non nozionistici, preciso che sto parlando del profondo Giambellino, e per profondo intendo che sono più vicino a Corsico e Buccinasco che alla prima macelleria non islamica in zona (eccetto i reparti di macelleria dei tanti supermercati della zona).

Il caldo porta con se molte conseguenze, alcune piacevoli, alcune spiacevoli, alcune ovvie ed altre inspiegabili.
Tra le conseguenze inspiegabili ci sono i blackout, dovuti ai maggiori consumi di energia elettrica.
Lei obietterà, signora mia: “l’hai spiegato, quindi non è inspiegabile“.
La cosa inspiegabile è che questo succede da sempre, tutte le estati. O almeno da quando ho cominciato a frequentare la formidabile capitale europea di quassicosa per lavoro, e poi a viverci. Cioè da almeno 20 anni, minuto più minuto meno.
E se da 20 anni almeno tutti i sindaci che si sono succeduti hanno promesso che avrebbero risolto il problema, senza riuscirci, le cose sono due: o non ci hanno veramente provato, o ci hanno provato male.

Questa era una premessa, veniamo al nocciolo.
I blackout sono abbastanza democratici, capitano una volta qua e una volta là, ma questa è una consolazione da poco.
Da circa due settimane, nel ridente quartiere molto periferico dove vivo e, attualmente, lavoro (vi ricordate lo smart working, vero?), di blackout ne abbiamo una media di due al giorno, con la sola eccezione dello scorso week end.
La spiegazione per l’assenza di blackout nel week end è apparentemente semplice: uffici chiusi, niente aria condizionata, più corrente per tutti. Ma non regge di fronte a due evidenze: la prima è che nel week end precedente il nostro blackout quotidiano ce lo siamo beccato, la seconda è che se la discriminante è l’apertura degli uffici, dovrebbero avvenire solo in orario lavorativo, mentre (giusto per fare un esempio) nella notte tra il 14 e il 15 giugno siamo rimasti senza corrente dalle 21,30 circa alle 5,45.
E poi ci sarebbe anche quella cosina da poco dello smart working, per cui la maggior parte degli uffici sono desolatamente vuoti. I conti, signora mia, non tornano.
Ma anche qui si rischia di divagare.

Per tornare in argomento, si diceva che da circa due settimane in questa fortunata zona profondamente periferica della città capita, a orari variabili e con durate variabili, di dover passare del tempo senza corrente elettrica.
Solo stamattina è successo due volte, fortunatamente in entrambi i casi per non più di 5 minuti.
Altre volte la durata è stata maggiore, una, due ore. Una volta, come ho già detto, tutta la notte.
Tutte le volte, siccome sono curioso, sono andato sulle pagine locali dei giornali se compariva la notizia. Neanche una virgola.
Poi nei giorni scorsi c’è stata qualche mancanza di corrente anche nelle zone centrali della città. E qui, signora mia, il trattamento della notizia è stato leggermente diverso. Titoli, interviste al sindaco, dichiarazioni roboanti. Allarme blackou! Moriremo tutti!.

Tutto questo per dire che, evidentemente, sulle periferie l’attenzione cade solo quando ci scappa il morto. Quando si tratta di comuni e frequenti disagi che colpiscono i cittadini, non ce n’è notizzie, non ce n’è!

L’estate reciproca

Fino a un paio di anni fa, prima che arrivasse una certa pandemia (non so se ne avete sentito parlare), in questo periodo, ed esattamente subito la fine delle scuole, mi concedevo due settimane di mare.
Era il periodo ideale. Caldo quanto basta, giornate lunghissime (il mare a settembre mi mette malinconia), pochissimo affollamento e comunque tutto aperto. Due settimane che avevano un solo (invero non trascurabile) difetto: essere troppo brevi.

Quest’anno non avrei potuto comunque, dato che la (ormai non più tanto) piccola di casa ha l’esame di terza media (lo so, la nomenclatura ufficiale sarebbe un altra, ma mi fa cagare a spruzzo quindi non la uso). Ma questo è un altro discorso.

Il discorso vero, purtroppo, è un altro, e riguarda il rapporto con l’estate e i social.
Fino a un paio di anni fa, durante queste vacanze di inizio estate, mi divertivo a pubblicare foto su alcuni social. Principalmente foto della cosiddetta #pausapranzo, o del mare, o della #pausapranzo con vista sul mare.
Adesso mi capita di rivederle, mentre me ne sto chiuso in casa, al caldo, senza vista sul mare, e mi odio. E penso che la cosa sia reciproca.

Dialogo intorno ai minimi sistemi

  • mi sa che non mi vaccino
  • “Ho sempre pensato che sei scemo”
  • no, davvero, chissà cosa c’è dentro
  • “E chissà cosa c’è dentro la birra che stai bevendo, la sigaretta che hai fumato prima, la finta bistecca vegana che ai mangiato ieri, la fessa di mammta”
  • no, no, sul serio, se ne sentono troppe in giro, meglio non fidarsi
  • “Il bello è che tra una comunità scientifica mondiale compatta e alcuni sparuti ciarlatani che cantano fuori dal coro, tu, dall’alto delle tue competenze fuori misura, hai deciso di credere ai ciarlatani. Questo conferma la mia teoria”
  • Quale teoria?
  • “Che sei scemo”

Martedì prossimo ho il vaccino e non so cosa mettermi

Ho prenotato quasi un mese fa.
Non pensavo che avrei atteso come se fosse un nuovo natale l’arrivo del giorno in cui avrei fatto un vaccino, ma è così e me ne farò una ragione.
Qui ora dovrei fare una battuta sulla mia nuova connettività, o sul fatto che mi si “enlargerà” il pene.
Qui una battuta su quelli che non si vogliono vaccinare perché (aggiungere motivazione idiota a caso).

Ho prenotato quasi un mese fa e finalmente martedì prossimo andrò a fare la prima dose di vaccino.

Non so voi, ma io lo trovo un post bellissimo, pieno di speranza e buoni sentimenti.

Apri tutto, smarmella

Oggi la piccola di casa è rientrata a scuola.
Non vi dico l’entusiasmo.
Ma non è questo il problema.
Il problema è se ce lo possiamo permettere.
Il problema è quanto durerà.

Capisco le esigenze economiche e familiari che portano a richiedere le aperture, ma mi restano sempre i dubbi su quanto questo possa essere sicuro.
Il caso della Sardegna, passata in poche settimane da una inedita zona bianca al rosso di oggi dovrebbe fare riflettere.

Purtroppo dovrebbe essere ben chiaro a tutti che l’unica speranza per poter davvero tornare a riaprire tutto è la vaccinazione di massa (per la quale, purtroppo, non ci sono stati significativi cambi di passo).
E’ cambiato il governo, ma mi sembra che non sia cambiata la strategia (se la si può chiamare così) che è quella di navigare a vista sperando nella buona sorte.

Nel frattempo, e temo che stia succedendo questo, possiamo solo contare che la bella stagione rallenti i contagi, come l’anno scorso.
Ma l’anno scorso venivamo da un lockdown, che peraltro si è concluso il 3 maggio, molto più rigido delle attuali zone rosse.
Siamo ancora a metà aprile, manca un po’ alla vera bella stagione e intanto qui piove e fa freddo.
Il rischio è che tra due settimane ci ritroviamo di nuovo a dover chiudere tutto, per poi sperare di poter riaprire confidando nell’estate.

La scuola A, la scuola B

ATTENZIONE: POST AD ALTA CONCENTRAZIONE DI OPINIONI PERSONALI . SE NON SIETE D’ACCORDO FATEVENE UNA RAGIONE, O SPIEGATE CIVILMENTE NEI COMMENTI LE VOSTRE OPINIONI.

Innanzitutto una premessa: con la didattica a distanza le scuole non sono chiuse. Questa non è un opinione.
Con la didattica a distanza, la famosa DAD, le scuole sono aperte e funzionano, ma in maniera diversa.
Se la DAD è fatta bene, sia da parte della scuola che da parte degli studenti, non ci sono problemi e non c’è nulla da recuperare.
Se è fatta male, da parte della scuola e/o da parte degli studenti, allora il problema è un altro e mi viene da pensare che tornare alle lezioni in presenza cambierebbe poco. Certo, in presenza lo studente non può fingere di avere problemi di connessione, ed è più difficile copiare (cosa che non ha mai impedito a nessuno, noi compresi, di farlo, o almeno di provarci). Ma un pessimo insegnante o un pessimo studente restano tali sia in presenza che in DAD.

Insomma, il problema non è la DAD in sé, ma il fatto che ci sono scuole in cui viene fatta bene e altre in cui viene fatta male, a volte malissimo.
A questo punto la domanda è, cosa ha fatto lo Stato Italiano per mettere tutte le scuole e tutti gli studenti nella condizione di farla bene?
Per Stato Italiano intendo ovviamente non solo il Governo, ma anche le Regioni, le Provincie, i Comuni, le ASL, ATS, AST, etc. ciascuno per le proprie competenze.
Qui casca l’asino, bello grosso. Secondo me, è stato fatto poco o niente. E ho anche il dubbio che ci si sia veramente posto il problema.

La conclusione, una delle tante, è che a parer mio la proposta di prolungare le scuole fino a luglio per recuperare il tempo perso è una sesquipedale cazzata. Per chi ha lavorato bene in DAD sarebbe un provvedimento inutile e punitivo, mentre per chi ha lavorato male sarebbe un provvedimento punitivo e, indovinate un po’, inutile.
Per non parlare del fatto non trascurabile che ci sarebbero anche gli esami da fare, per le medie e per le superiori (mi rifiuto di utilizzare l’aberrante nomenclatura introdotta dalla riforma Moratti). Che fanno, spostano gli esami a luglio inoltrato, facendo finire le maturità a ridosso del ferragosto? O fanno gli esami in contemporanea con le lezioni delle altre classi, con enormi problemi organizzativi (si pensi solo ai docenti coinvolti contemporaneamente nelle lezioni e negli esami)?

C’è poi l’annosa questione del ritorno alle lezioni in presenza, tra una, due tre settimane, quando sarà. Premesso che prima o poi si dovrà per forza fare, e tutti ci auguriamo che avvenga molto presto, è ovvio che debba avvenire con la massima sicurezza possibile. E qui casca un altro asino.
L’argomento è dibattuto e, come si dice, ci sono due scuole: quella secondo cui le scuole sono sicure e quella secondo cui no. Tertium non datur (giusto per far capire che ci sono andato anche io, ai tempi).
Secondo me (altra opinione personale) chi al momento giura e spergiura che le scuole sono sicure lo fa più per convinzione ideologica, o per sostenere l’argomento un po’ demagogico secondo cui le scuole vanno riaperte (come se fossero chiuse).
Sempre secondo me, garantire la sicurezza nelle scuole, pur con l’osservazione pedissequa dei più rigidi protocolli immaginabili, è una pia illusione. Mettere 25-26 ragazzi nella stessa stanza per ore, anche con l’obbligo delle mascherine e tenendo le finestre aperte (quando il clima lo consentirà) è comunque come andare a dare una strizzatina ai testicoli di Ibrahimovic per vedere l’effetto che fa. Non so voi, ma io non lo farei, non senza indossare l’armatura di Iron man, per lo meno (si capisce che nella mia arguta metafora l’armatura è il vaccino?).
Anche perché la scuola non è fatta soltanto di lezioni, ma di cambi dell’ora, di intervalli, per chi fa il tempo pieno c’è anche il pranzo, momenti vari in cui i protocolli son più difficili da rispettare, a meno che non si imponga ai ragazzi di restare sempre inchiodati al banco e sempre con la mascherina (ma almeno per mangiare uno la mascherina se la deve togliere).
Per non parlare degli inevitabili momenti di socializzazione prima dell’ingresso o appena usciti da scuola. E dei viaggi, che per i ragazzi soprattutto delle superiori vengono fatti sui soliti carri bestiame mezzi pubblici.

Qui scatta un’altra domanda: cosa ha fatto lo Stato Italiano per mettere in sicurezza le scuole?
(Sì, vabbè, vogliamo parlare dei banchi a rotelle?).
(E ve lo ricordate il tracciamento? Ah, Signora mia! Si ricorda quando c’era Immuni?)
La verità è che stiamo facendo una strage di asini, porelli.
Ancora una volta la mia risposta è poco o niente.

Ma davvero davvero ve la sentite di dire che le scuole, in questo momento, sono sicure?
Ci scommettereste la salute, non quella dei vostri figli, ma la vostra?

Perché si sa, loro nella maggior parte dei casi se anche beccano ‘sto maledetto virus ne escono indenni (la maggior parte non significa tutti), ma poi lo attaccano agli altri, genitori, nonni, zii, tutta gente che in media ha qualche anno in più e rischia parecchio di più.
Io non ci scommetterei un ghello, anche perché ci sono già passato.
Sono bastati 10 giorni di scuola in presenza a dicembre per avere più di metà della classe della tredicenne di casa contagiata e lei, oltre che positiva, priva di olfatto e gusto per quasi un mese. Per fortuna io e la SS non abbiamo manifestato alcun sintomo, ma mi è bastata la preoccupazione di quei giorni.
Quindi no, non mi fido di chi dice che le scuole sono sicure.

Se almeno fossimo a buon punto con le vaccinazioni, potremmo guardare alla riapertura (ci siamo capiti) delle scuole, e dei bar, e dei ristoranti, e dei negozi, e dei cinema, e dei teatri, e degli stadi, e dei palazzetti, e delle chiese (ah no, quelle sono già aperte), con fiducia ed ottimismo.

Io mi sforzo di capire quelli che vorrebbero che si tornasse subito alla scuola in presenza, ma spesso ho la sensazione che per molti il vero problema non sia il benessere psicofisico dei pargoli, né il loro apprendimento, ma il fatto di riuscire a parcheggiarli da qualche parte.
Per molti non sarà così, e se non si ha la fortuna di poter fare lo smart working (che, ricordo, per alcuni non è un lavoro come la DAD non è scuola), capisco che sia un grosso problema di difficile soluzione.
Capisco anche che pure lo smart working spesso serve a poco, soprattutto per chi ha figli piccoli, perchéi richiedono attenzioni che rendono quasi impossibile lavorare.
Capisco tutto, o almeno ci provo. Tranne gli sciacalli che insistono solo per tigna politica, con la sola motivazione di contestare tutto per partito preso, ignorando volutamente le possibili conseguenze.
Ma ritornare alle lezioni in presenza, senza aver fatto nulla per mettere in sicurezza la scuole e senza aver raggiunto una copertura vaccinale sufficiente, significa rischiare di ritrovarsi punto e a capo tra un mese. E per punto e a capo, intendo nella merda. Again.