Brevi recensioni cinematografiche: i goonies – frozen II

A 48 anni suonati ho visto per la prima volta i Goonies.
Il giudizio sintetico è: meh, carino.
Le aspettative, visto che per moltissimi della mia generazione è un cult, erano altissime, il risultato secondo me banale, un sunto di certi anni ’80 quando ancora non si sapeva che erano gli anni ’80.
O forse pago semplicemente il fatto di averlo visto troppo tardi.
Il rapporto giudizio personale/aspettative è 60/90.

Frozen II: il ghiaccio (e fin qui). Cantano. Ti voglio bene sorella. Anch’io. Cantano.
Ricantano. E cantano ancora. Poi foresta, cantano, muschi, ricantano, licheni.
I muschi e licheni sono quelli cresciuti intorno ai miei testicoli.
Devo dire che le aspettative non erano altissime, per cui c’era poco da restar delusi. Ma rispetto al primo, nel quale comunque per i miei gusti si cantava troppo, c’è un’abisso. Sia dal punto di vista musicale (in Frozen II sembra che cantino sempre la stessa canzone), sia della trama.
Rapporto giudizio personale/aspettative: 30/60.
Ah, aggiungo per amor di verità: la memoria dell’acqua non esiste.

Ma mì, ma mì, Mahmood, 40 dì, 40 nott

Prima di questo festival non conoscevo né Mahmood, né Ultimo, né la maggior parte dei cantanti giovani che hanno gareggiato.
Sono vecchio d’orgoglio (Cit.), ascolto quasi solo musica composta nello scorso millennio.
Dopo questo festival continuerò tranquillamente a lasciare che le nostre esistenze si incrocino molto sporadicamente. Pace, e sia così.
Però, complice anche la convalescenza da una bronchite, quest’anno ho seguito poco il festival rispetto agli anni scorsi. Per quel poco che ho sentito, le canzoni in gara mi sono parse peggiori di quelle degli scorsi anni, ed è tutto dire. Non ne ho trovata una che mi piacesse. Quella di Mamood, se non altro, mi è sembrato avesse un senso.
Dirò, non mi è piaciuta neppure la canzone di Daniele Silvestri, di cui sono un fan da quando entrambi eravamo più giovani.
Detto questo, se sei uno di quelli per cui la vittoria di Mahmood è il segno dell’apertura all’islamizzazione della società, e dove andremo a finire signora mia, e moriremo tutti musulmani, e capitano mio capitano, hai un problema.
Hai la merda nel cervello.
Non sarà una canzonetta a rovinare questo paese, ma tu e quelli come te.

Nuovo cinema giapponese

Ieri sera, per non aver niente di meglio da fare, mi son dedicato alla visione di un mattone di Anime giapponese tristissimo come sanno essere certi mattoni giapponesi scritti dal campione del mondo giapponese di tristezza Ishigawa Kagamedosso.
Beh, mi è anche piaciuto, e questo forse dovrebbe dirmi qualcosa. Ma preferisco ignorare le vocine nella testa e andare avanti con un paio di riflessioni acute che mi sono venute dopo la visione del film:
In Giappone, a giudicare dagli anime, non esistono i padri, a meno che non siano degli emeriti stronzi o dei poveri cretini che al confronto Toninelli è Archimede PItagorico.
Le madri ci sono un po’ più spesso, ma senza esagerare, e quando ci sono spesso sono l’unico genitore, per cui sono costrette a lavorare come un Toninelli 27 ore al giorno 8 giorni alla settimana e alla fine è come se non ci fossero.
Noi qui a farci le grosse pippe sul fatto che i bambini avrebbero bisogno di una mamma e un papà e in Giappone sti ragazzini vengono tirati su per la maggior parte da nonni che sono già morti da un anno ma ancora non lo sanno, tant’è che spesso se ne accorgono nel corso del film e ci lasciano; tutori autonominatisi al solo scopo di trasformare il protagonista in campione del mondo di una qualche disciplina che va dal calcio all’interpretazione veritiera dei discorsi di Di Maio; animali domestici parlanti o altri animali da compagnia, non necessariamente di questo pianeta; fratelli o sorelle, a seconda dei casi; robot da cucina dotati di anima; pupazzi finto simpatici; vicini di casa alcolizzati.
Poi c’è il sistema scolastico, basato su tre essenziali caratteristiche: un milione di materie con professori severissimi, i club scolastici che diventano man mano più importanti della scuola stessa e le possibilità di fare milionate di assenze senza che nessuno, tra professori e famiglie (se esistessero) abbiano nulla da dire.
Detto tutto ciò, non ho ancora provveduto a dire il titolo del film: la forma della voce. Su Netflix, giusto per fare un po’ di pubblicità gratuita.
È un film che ti getta addosso la tristezza a badilate. Ma se vi capita la serata giusta, guardatelo. Merita.

Mia madre – Nanni Moretti – tu chiamale se vuoi, recensioni

Qualche sera fa ho finalmente visto “Mia madre”, l’ultimo film di Nanni Moretti.
In qualche modo sapevo già cosa aspettarmi e, forse, è anche questo il motivo per cui ho atteso tanto a vederlo dopo la sua uscita.
Sarà che forse sono fin troppo superficiale, magari sbaglio approccio, probabilmente non sono abbastanza intellettuale, ma a parte poche eccezioni, in genere se guardo un film, soprattutto al cinema, mi piace uscirne divertito.
L’esplorazione della realtà, e soprattutto l’esplorazione del dolore, sono esperienze che già mi capitano nella vita reale e mi bastano.
I film di Nanni Moretti però hanno sempre fatto parte della categoria delle eccezioni. C’è stato un tempo in cui,  per me e per una ristretta cerchia di miei amici,  erano un evento. una di quelle cose che aspettavi sin da quando cominciavano ad arrivare le prime voci sulla prossima uscita.
Poi forse siamo un po’ invecchiati tutti, sia noi che Nanni Moretti, non so. Fatto sta che adesso, per quest’ultimo film, aspettare non mi è pesato. L’ho visto una sera, perché è capitato ed in fondo forse era la serata giusta, ma se anche avessi aspettato un’altra occasione non mi sarebbe pesato.
A parte questo che potrei dire del film? Nulla che già non sia stato detto. Nanni Moretti è sempre lui, un po’ come il Marlon Brando nella canzone di Ligabue. E’ bravo, ci sa fare, sa mettere quella punta di ironia per non fare un completo mappazzone anche quando affronta il tema del dolore. Eppure questi film di piangere che alterna agli altri suoi film restano quelli che, personalmente, apprezzo meno.
L’ho visto, mi è piaciuto, non ho mai neppure lontanamente pensato di interrompere la visione, ma difficilmente, come per la stanza del figlio, lo rivedrò. Non volontariamente.
Non ci sarà una serata in cui chiamerò gli amici per rivedere insieme Mia madre. Anche se è un bel film.
Poi magari tra qualche anno me lo troverò davanti facendo zapping e mi metterò a rivederlo. Ma o sarà così o non sarà.
Ora però non è questo il punto su cui volevo soffermarmi.  Potrei soffermarmi, se fossi abbastanza intellettuale,  su milioni di chiavi di lettura, tipo lo sdoppiamento di Nanni Moretti in due personaggi, quello interpretato da Nanni Moretti stesso e quello di Margherita Buy, oppure potrei sforzarmi di cogliere le tante citazioni, alcune evidenti, altre meno, sparse ovunque nel film.
Invece farò quello che faccio di solito in certe situazioni, seguirò la regola aurea che dice, di fronte ad una potenziale situazione di crisi, di fare la scelta più stupida. Magari non serve, ma almeno ci si diverte.
E la scelta più stupida in questo caso è quella di soffermarsi su un particolare che mi ha colpito in questo film, e che mi ha colpito allo stesso modo in altri film di altri registi italiani e, soprattutto, romani: le case in cui vivono i protagonisti.
Vabbè, capisco che state rappresentando eventi della vita di un certo tipo di personaggi, appartenenti a quella che in altri tempi si sarebbe definita “la borghesia romana”, ma è mai possibile sant’iddio che questa gente viva regolarmente in case enormi, con immensi corridoi e una quantità esagerate di stanze, due tre quattro bagni, librerie da biblioteca vaticana e terrazze che immancabilmente si affacciamo su tipici panorami alla romana?
Ma è possibile che tutti a Roma vivano in case così?
Non c’è mai un monolocale, un bilocale, o anche uno striminzito trilocale con un solo bagno.
Ma sono tutte così le case di Roma? E poi ci lamentiamo dell’attico di Bertone?