Alternative ai Mondiali senza l’Italia

Mondiali? Quali mondiali?

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Buona la quarta.

Vi aspettavate le solite quattro righe sul Milan?

E invece no, sono un ragazzo pieno di sorprese e quindi oggi parlo dell’Olimpia.

Lo so, era un bel pezzo che non ne scrivevo.

Ormai questo sembrava essere quasi un blog monotematico. In realtà un tempo non era così, ma sono tante le cose di cui, per un motivo o per l’altro, ho quasi smesso di scrivere qui, ritrovandomi a parlare quasi esclusivamente del Milan.

Ma torniamo a bomba.

Io non sono tra quelli che, alla notizia dell’arrivo di Pianigiani, si sono strappati le vesti. Ero al Forum ad assistere alle ultime partite dei playoff l’anno scorso. Lì sì che c’era da strappare qualcosa.

Ma anche questa è un’altra storia.

Non volevo scrivere di questo, ma della partita vista ieri sera. Di una squadra che inspiegabilmente ha, ad un certo punto, un blocco. Comincia a sbagliare in difesa e soprattutto a sbagliare in attacco e in poco meno di sei minuti finisce sepolta da uno svantaggio di 15 punti. La stessa squadra che tutto d’un tratto supera quel blocco ed in quattro minuti recupera tutto lo svantaggio e, alla fine vince anche la partita.

Cose non da poco, signori miei.

Cose non da poco.

Soprattutto se fatte da una squadra che quest’anno ha nuovamente rivoluzionato completamente la propria rosa, oltre a cambiare allenatore, e che arriva da una stagione sostanzialmente fallimentare.

Sacrifici

Toccherà anche sforzarsi di farsi diventare simpatico Bonucci. 

Cosa che, a dire il vero, si può fare, dal momento in cui indosserà quella maglia lì, con quei colori lì. Il rosso e il nero. 

Poi ovviamente, come altri che prima hanno indossato quell’altro orribile maglia con le righe sbagliate, l’amore se lo dovrà sudare, faticare, meritare.

Pippo e Ibra c’è l’hanno fatta.

In cuor mio, alla fine, auguro che c’è la faccia anche lui. Per lui, ma soprattutto per noi.

Ius soldi

Premesso che, ovviamente, anche io sono rimasto male per la scelta di Gigione Donnarumma, trovo la reazione di alcuni fratelli milanisti leggermente isterica. Gente che invoca un anno di tribuna e la vergine di Norimberga, altri che improvvisamente passano da “campione totale globale di fine di mondo” a “somaro sopravvalutato e pure brutto”, altri che partono con l’insultometro alla scala massima, gente che si strappa le vesti e ne esce una sorta di Hulk rossonero al grido di “Ultras spacca”.

Personalmente, tendo da sempre a non sopravvalutare l’intelligenza, ma soprattutto la cultura, di un calciatore. Tanto meno se ha da poco raggiunto quella che chiaman la maturità . Ma soprattutto trovo che sia un errore valutare le scelte degli altri col mio metro di giudizio. Sono convinto che, dal suo punto di vista, abbia deciso di fare la cosa giusta. Se la sua idea della cosa giusta non coincide con la mia significa che, semplicemente, io non sono lui e viceversa.

Non penso che alla fine ci si debba stupire troppo se un ragazzone di 18 anni appena compiuti preferisce la possibilità di andare a giocare in uno squadrone come il Real Madrid, piuttosto che restare in una squadra che negli ultimi sette anni non ha fatto altro che morire lentamente e sul cui futuro, non ostante l’acquisto da parte dei cinesi, pendono parecchie ipoteche, non solo metaforiche.

Detto questo è ovvio che io, al posto di Gigione, avrei firmato a vita per il Milan, a prescindere. Ma è altrettanto ovvio che lo posso dire perché non mi sono mai trovato a dover fare questo tipo di scelta.

Detto questo, caro Gigio, so che non leggerai mai queste righe, ma sappi che mi hai dato una delusione. Sono consapevole del fatto che, evidentemente, non te ne può fregare di meno. Bene, la cosa, a questo punto, è reciproca.

Diciamo però che se la nuova dirigenza del Milan trovasse il modo in questo ultimo anno di contratto di mandarti a “fare le ossa”, come si diceva una volta, in una squadra del livello della Marapollese, o di rimandarti a difendere i prestigiosi pali della squadra primavera, non ci troverei nulla di male. In fondo hai ancora solo 18 anni, devi crescere.

Sul ruolo di Raiola in tutto questo neppure mi soffermo. È ovvio che se da questa operazione riuscirà, come successo altre volte, a trarre un guadagno, dal suo punto di vista avrà avuto ragione. Certo, se poi il nuovo Milan dovesse smettere del tutto di fare affari con lui, non ci perderei il sonno.

Neurobasket e tutto il resto; che è successo?

E’ successo che per una serie di ragioni di cui non intendo dire niente, neppure una sillaba, mi sono trovato a passare quasi tutta la settimana fuori dall’ufficio, esente da quel piacevole simpatico dito in culo che è il dover passare tutto il proprio tempo da sveglio vivo in un ufficio, o in un qualunque altro luogo si svolga il vostro lavoro. Il che significa che se già normalmente faccio una certa fatica a trovare quei cinque minuti buoni per buttare giù qualche impressione, se non sulla vita e sul senso dell’universo, almeno sui quei pochi eventi sportivi che mi interessano, questa volta ho dovuto aspettare adesso.
Adesso significa domenica notte, in un orario in cui dovrei prepararmi per dormire in attesa di domani, che per inciso è lunedì.
Detto questo, vediamo di seguire un filo cronologico, partendo dal basket.
Dopo la bella vittoria contro Israele, qualcuno (un po’ anche io) si era illuso che la nazionale italiana fosse avviata verso una di quelle favole che si vedono solo nei film ammerigani, quelli in cui una squadra che non è tra le favorite assolute, pur tra mille difficoltà, arriva alla fine a vincere il trofeo della vita e tutti si alzano e fanno loro l’applauso di fine di mondo.
Avete presente l’applauso di fine di mondo?
Funziona così: vince quello che nessuno si aspetta, per cui il pubblico rimane ammutolito, basito, congelato. Poi un tizio più coraggioso degli altri si alza in piedi e comincia a battere le mani ritmicamente, non troppo veloce, da solo. Un po’ alla volta si alzano anche gli altri, prima un paio, poi ancora un po’, fino a quando tutti battono le mani, qualcuno piange, qualcuno esulta. Alla fine è un’ordalia di applausi. Tutti hanno vinto, viva lo sport, viva l’amore, viva la viva.
La realtà però non è scritta dagli sceneggiatori di Hollywood, oppure gli sceneggiatori questa volta avevano famiglia in Spagna, per cui la nazionale italiana ha rimediato un quinto posto che sa tanto di premio di consolazione, mentre la Spagna s’è portata a casa il primo posto. Onore alla Spagna e gloria eterna a quel vero fenomeno che è Pau Gasol.
Ora, ho avuto poco tempo per scriverci sopra, ma grazie alla potenza dell’ipad, seduto in riunione plenaria (un buon modo per non dire sul cesso), ho letto molti pareri sulle partite dell’Italia. Il fatto che concordi con molti di quelli più negativi, che quasi unanimemente hanno identificato come maggiore dei problemi il fatto che la squadra ha quasi sempre giocato poco come squadra, non fa certo di me un tecnico esperto, ma probabilmente indica che il problema era talmente evidente che anche io me ne sono accorto.
Di fatto quando si vince si tende a vedere meno i problemi e in qualche modo è quello che ho fatto anche io. Ma contro la Lituania è stato evidente che l’attacco dell’Italia si basava sulle singole ispirazioni individuali, più che su un gioco costruito per la squadra.
Poi è ovvio, se loro tirano col 60% di realizzazione da 3 non è che ci sia molto da fare. Ma è ovvio che se i tiri sono ben costruiti ed arrivano alla fine di una azione di squadra il cui scopo è proprio quello di arrivare ad un tiro più agevole, le percentuali sono più alte, se invece ogni volta che tiri ci arrivi a seguito di una azione quasi casuale, in cui chi ha la palla e se la sente tira, beh c’è poco da lamentarsi se vincono gli altri.
Una cosa mi ha lasciato particolarmente stupito: nell’ultimo quarto, dopo appena due minuti, i lituani erano già andati oltre il bonus coi falli. Segno certamente di un atteggiamento maggiormente aggressivo da parte loro. Però da quel momento in poi mi aspettavo che gli italiani avrebbero cercato costantemente le penetrazioni, in modo da procurarsi tiri liberi a profusione (mestiere in cui il gallo, oltretutto, è maestro). Non è successo nulla di tutto ciò. Come se non solo si fosse spenta completamente l’intelligenza tattica dei giocatori, ma anche dalla panchina nessuno avesse avuto l’acume di dire una cosa così semplice.
Bah. Ce ne sarebbero da dire. la mia sensazione è che alla fine questa nazionale non fosse poi così pronta, come squadra, per una sfida come l’europeo. Alcuni campioni che non possono essere discussi, alcuni gregari di sicuro valore, un paio di giocatori che non capisco perché sono stati aggregati al gruppo, dato che non hanno mai giocato quando serviva, ma non una squadra. Quando le cose girano, in queste condizioni, si può fare l’impresa. Ma se non girano la mancanza di un gioco di squadra si fa sentire e l’impresa la fanno gli altri.
I dubbi sull’allenatore invece li lascio a chi se ne intende di più. Io i miei ce li ho, ma me li tengo. Il futuro è un torneo di qualificazione alle olimpiadi in cui spero di vedere una squadra che gioca più da squadra.
Detto questo mi sono goduto un campionato europeo di alto livello, in cui i miei pronostici sono stati del tutto stravolti, ma in cui credo davvero che abbia vinto la squadra che, alla fine meritava di più. Non fosse altro per la presenza e le prestazioni di quell’autentico fenomeno di Gasol. Il quale però, giova ricordarlo, non ha giocato e non ha vinto da solo.

Non si fosse fatta una cert’ora magari scriverei anche qualcosa sulla partita del Milan, giusto per saltare di palo in frasca. Ma s’è fatta una cert’ora. Diciamo che sono contento per il risultato e per alcune cose viste in campo. Il resto, magari, in settimana.