Milan-Empoli: 1-2

Salvo solo Gigio, perché ha evitato l’umiliazione di subire una goleada, e Romagnoli perché non c’era, e quando non c’è si sente, eccome. Tutti gli altri se se ne vogliono andare dal Milan che lo facciano. Altrimenti ci facciano la cortesia di cercare di meritarselo. Montella compreso.

Annunci

Once were warriors

Stendo un velo pietoso sull’orario. 

Stendo un velo pietoso sul fatto che i nostri eroi siano riusciti a trovarsi sotto 2-0 in una partita in cui avevano subito solo due tiri e sprecato una mezza dozzina di occasioni.
Stendo un velo pietoso sul fatto che in pratica il derby lo abbiano giocato in 10 contro 11, visto l’apporto nullo di Bacca.

Stendo un velo pietoso sul fatto che in un finale giocato con 4 attaccanti (secondo gli scemi di Sky addirittura 4 punte) i gol li hanno segnati i due difensori centrali.

A furia di stendere veli pietosi rischio che mi venga il gomito della lavandaia, per cui mi fermo qui.

Ma ragazzi, diciamocelo, per l’ennesima volta: che carattere hanno. Anche se manca molto di tutto il resto, questo MIlan è fatto da giocatori con grappoli di testicoli che non mollano mai.

Gente che nuoce gravemente alle nostre coronarie. Ma comunque meglio che gli scorsi anni.

E poi togliere la vittoria a quella gentaglia al 97°, dopo almeno 20 minuti in cui non hanno fatto niente altro che perdere tempo, non ha prezzo.

E venne il giorno

31 anni. 29 trofei. 

Nel bene e nel male credo che ci sia poco da dire. Da milanista non posso che ringraziare il berlusca per tutte le vittorie che mi ha fatto festeggiare. Ci saranno altri momenti per recriminare sul fatto che ha usato il Milan per scopi tutt’altro che calcistici, o per il totale disinteresse in cui il suo presunto amore si è trasformato negli ultimi anni.

È stato comunque bello essere milanista in tutti questi anni, anche in quelli peggiori, per il semplice motivo che non potrei essere qualcos’altro. Ero milanista da ragazzino quando il Milan è stato due volte in serie B, sono stato milanista quando vinceva tutto e anche quando ha smesso di vincere, sarò milanista anche domani e nei prossimi anni. 

Come mi è spesso capitato di ripetere, soprattutto a chi mi rimproverava l’apparente contraddizione di essere un milanista antiberlusconiano, il berlusca passa, il Milan resta. 

Oggi la prima parte si è avverata. Il berlusca presidente del Milan è passato. Ora è da vedere se il Milan resterà, ma soprattutto che Milan resterà. Tutto è nelle mani di questo sconosciuto cinese di cui nessuno sembra sapere niente. Incrociamo le dita e stringiamoci forte. Il futuro è un’ipotesi.

Milan – Palermo e qualche altra cosa.

Ne scrivo tardi per un motivo molto semplice: non avendo visto la partita, non so cosa dovrei scrivere. Dopo aver passato quasi tutto il campionato a implorare (diciamo) santi e divinità varie perché mi concedano per una volta di poter vedere una partita tranquilla, di quelle in cui non arrivi alla fine sudato e con le palpitazioni, finalmente quella partita è arrivata.

E io me la sono persa.

Ma sapete che vi dico? Va bene così.

Non posso però promettere a nessuno che mi perderò anche la prossima, nonostante l’orario del cazzo in cui verrà giocata. Il derby è il derby, anche quando vale, forse, l’accesso attraverso la porta di servizio all’Europa dei poveri. Detto questo, non dico nient’altro, per scaramanzia.

Nel frattempo stasera ci sarà una interessante amichevole infrasettimanale fra una squadra spagnola, pardòn, catalana, e gentaglia con la maglia da carcerato. Anche in questo caso non dico niente, spero solo di godermi lo spettacolo.

O carbonara, mia carbonara

Questo è un post sull’amore. Sulle cose che danno amore e che vengono fatte con amore. Come il cibo, quando c’è amore.

E dato che oggi qualcuno ha proclamato il #carbonaraday, rigorosamente coll’hashtag che non bisogna farsi mancare niente, ho pensato bene di proclamare tutto il mio amore per il piatto dei piatti. 

Innanzitutto una premessa, anzi tre:

Prima premessa: il carbonaraday è una cosa bella e, come tutte le cose belle, va adeguatamente onorato. Ma la carbonara non deve essere festeggiata un solo giorno all’anno. Tutti i giorni, domeniche e festivi compresi, possono essere il giorno della carbonara. Finché colesterolo non ci separi.

Seconda premessa: sotto l’etto e mezzo a testa non è vero amore.

Terza premessa: se ci metti la panna o la cipolla non sei amico mio.

Finito con le premesse, passiamo alle cose serie: la ricetta. Questo è il punto in cui in genere si rischia anche di disfare le amicizie. Ognuno ha la sua, e ognuno sostiene che la sua è la carbonara per eccellenza. Tolgo subito spazio ad ogni possibile dubbio: quella che andrò a descrivere tra poco è la mia ricetta, frutto di anni ed anni di esperimenti, ed è la migliore del mondo. Mettetevi l’anima in pace.

Qui ci sta una quarta premessa: la carbonara è un piatto semplice ed allo stesso tempo difficilissimo, perché basato su 5 ingredienti che devono essere utilizzati e dosati correttamente. Sugli ingredienti in questione si può ragionare, ma fino ad un certo punto. Sono, diciamo, accettabili, alcune varianti. Accettabili non significa consigliate, significa che alla bisogna si possono anche tollerare.

Gli ingredienti, come anticipato, sono sostanzialmente 5: pasta, uova, pecorino, guanciale e pepe. Poi ovviamente anche l’acqua e il sale per la pasta. Accettabili come varianti sono il parmigiano o il grana padano al posto del pecorino, o la pancetta (affumicata, non quella fresca, bestie senza dio) al posto del guanciale. C’è anche chi, per non sentire troppo il sapore del pecorino (ma cosa siete nati a fare, dico io) lo taglia in percentuali variabili col parmigiano. Vabbé, non ci curiam di loro.

Se ci mettete altro, dalle zucchine al tofu, dal prosciutto ai funghi, fate pure, nessuno ve lo può proibire, ma semplicemente non chiamatela carbonara. Anche io faccio la cacca tutte le mattine (sono un ragazzo regolare), ma non mi sognerei mai di chiamarla tiramisù.

Panna e cipolla semplicemente non le considero.  So che c’è chi le usa nella carbonara, ma anche per loro vale quanto sopra.

Le dosi: a casa mia, per mezzo chilo di pasta (tre-quattro persone, a seconda di chi sono le persone) uso 3 uova, un tocco di guanciale di almeno 7-8 cm di lunghezza, 4 cm di larghezza ed altrettanti di altezza (il guanciale non si pesa, si misura ad occhio) e circa 2 etti di pecorino. Sale e pepe q.b. (Era da una vita che volevo scriverlo in un post).

Prepariamoci ‘sta carbonara.

Innanzitutto mettiamo a scaldare l’acqua.

Nel frattempo tagliamo il guanciale a listarelle di dimensioni ragionevoli e mettiamolo a cuocere in un padellino. Senza olio, non serve. Ci pensa lui a rilasciare i suoi grassi. Io tengo la fiamma medio-bassa e lo lascio rosolare con calma.

Per dimensioni ragionevoli intendo poco meno di un centrimetro di spessore e non a cubetti. Tagliate il tocco di guanciale a fette di circa un cm e poi tagliate le fette a pezzetti più o meno dello stesso spessore. Ho già detto non a cubetti?

Nel mentre che l’acqua va ad ebollizione e il guanciale rosola, prendo una terrina capiente, ci rompo dentro le uova intere e le sbatto, poi aggiungo il pecorino grattugiato e continuo a sbattere con una forchetta fino a creare una crema. Sulla densità della crema ognuno, come su tutto il resto, ha la sua teoria. Quella giusta, cioè la mia, vuole una crema abbastanza densa, che alla fine andremo ad ammorbidire con un po’ di acqua di cottura della pasta. Un mio amico romano tanto tempo fa mi ha suggerito di aggiungere un pizzico di noce moscata. Giusto un pizzico. A me non dispiace.

Le uova. Già so che qualcuno si sarà scandalizzato perché le metto intere, mentre ormai da un po’ i gastrofighetti del quartierino tendono ad usare solo i tuorli, aggiungendo albume in percentuale variabile. Io la penso così: a prescindere dalla diatriba infinita su quale sia l’origine della ricetta, l’unica cosa indiscutibile è che si tratta, come per gran parte dei piatti tradizionali italiani, di cucina povera, nata per essere sostanziosa e nutriente. Non penso proprio che chi faceva, in origine, un piatto del genere, potesse permettersi di buttare via metà dell’uovo. Anzi, non ci pensavano nemmeno. Non vedo perché dovrei farlo io.

Quando l’acqua bolle ci butto un pugnetto di sale e, ripreso il bollore, la pasta. Spaghetti, secondo la tradizione, ma a me piacciono anche i fusilli, o i rigatoni, o i cellentani , o le penne rigate. In ogni caso non formati troppo piccoli. 

La pasta deve essere al dente. Non scotta, neppure croccante. Al dente. Che ve lo dico a fare. Leggete il tempo di cottura scritto sulla confezione, ricordando che è il tempo che occorre da quando l’acqua riprende a bollire e in ogni caso assaggiate. È il modo migliore per non sbagliare.

Il guanciale intanto s’è rosolato. Attenzione, non deve diventare croccante, ma non deve neppure restare mezzo crudo. Rosolato.

Se ha rilasciato troppo grasso se ne può eliminare un po’, ma non tutto, convincendosi che così il piatto resta più sano.

Quando la pasta è pronta la scolo nella terrina con la cremina, aggiungo mezza mestolata di acqua di cottura e poi mescolo bene il tutto. Poi ci vuoto sopra il guanciale, altra rugata, un po’ di pecorino per fare scena, pepe a piacimento et voilà, il miracolo è compiuto.

Pescara – Milan: il nulla farcito di niente condito di mestizia

La notizia del giorno non può essere che un ragazzino di 18 anni, seppur alla sua sessantesima presenza da titolare in serie A, ha commesso un errore, prendendo un gol evitabilissimo.
Errore peraltro causato da una cazzata colossale da parte di quello che dovrebbe essere un veterano.
Quello di Paletta è stato un vero e proprio tiro in porta, con l’aggravante che Gigione non poteva neppure prenderlo con le mani.
La notizia del giorno è che una squadra che vorrebbe andare in Europa non è riuscita a segnare più di un striminzito golletto al Pescara, con tutto il rispetto possibile per il Pescara.
Alla fine ce ne torniamo a casa con un pareggino pesante come una sconfitta dopo aver subito la bellezza di, forse, mezzo tiro in porta, ma dopo essere riusciti a farne forse uno in più.
Certo, possiamo magari recriminare per il palo di Romagnoli (che però non mi risulta essere un attaccante), sulla malasorte, sui rigori per la Juve, sui rientri dalla nazionale, sullo shampoo di Paletta o su tutto quel che vogliamo, ma quando non si riesce a costruire più di un paio di azioni decenti contro una squadra già praticamente retrocessa è evidente che il problema non è esterno, ma interno alla squadra. O meglio, il problema è la squadra.
Che è quella che è. Una roba buttata lì un po’ a caso, raccattando pezzi dove si riesce, con un allenatore che a tratti sembra quasi fare miracoli, salvo poi fare cose incomprensibili.
Mettiamoci poi quel poco di infortuni e il quadro è completo.
Sapevamo che sarebbe stato un anno difficile anche questo, credo che nessuno si facesse illusioni. Prendiamo quel che va e sommessamente ringraziamo i cuginastri, che fanno del loro meglio per lasciarci un briciolo di speranza.
Nulla è finito finché non è finito, noi che aspettiamo da tanto il famoso closing lo sappiamo più degli altri.

 

Juvemerda-Milan: che ve lo dico a fare

Ce cosa volete che dica? Loro sono più forti, più bravi, più belli, hanno più soldi, hanno lo stadio di proprietà, vinceranno la Champions, la coppa Italia e eccezionalmente quest’anno due scudetti al prezzo di uno.
Poi però alla fine di una partita con una squadra nettamente inferiore hanno avuto bisogno dell’ennesimo aiutino per vincere, e se glie lo fai notare con la consueta pacatezza (ladri), fanno gli offesi.
Ti stuprano e pretendono che tu gli dica che ti è piaciuto.
Su questa cosa non ho altro da dire, l’ennesima commemorazione del gol di Muntari celebrata degnamente.