Periferie (poco) elettriche

Ovvero: quando non conti un cazzo.

Da qualche tempo, nella zona molto periferica della ridente città di Milano (capitale europea di quassicosa) in cui vivo, fa caldo. Mica solo qui, ovviamente.
Per essere tassonomici e non nozionistici, preciso che sto parlando del profondo Giambellino, e per profondo intendo che sono più vicino a Corsico e Buccinasco che alla prima macelleria non islamica in zona (eccetto i reparti di macelleria dei tanti supermercati della zona).

Il caldo porta con se molte conseguenze, alcune piacevoli, alcune spiacevoli, alcune ovvie ed altre inspiegabili.
Tra le conseguenze inspiegabili ci sono i blackout, dovuti ai maggiori consumi di energia elettrica.
Lei obietterà, signora mia: “l’hai spiegato, quindi non è inspiegabile“.
La cosa inspiegabile è che questo succede da sempre, tutte le estati. O almeno da quando ho cominciato a frequentare la formidabile capitale europea di quassicosa per lavoro, e poi a viverci. Cioè da almeno 20 anni, minuto più minuto meno.
E se da 20 anni almeno tutti i sindaci che si sono succeduti hanno promesso che avrebbero risolto il problema, senza riuscirci, le cose sono due: o non ci hanno veramente provato, o ci hanno provato male.

Questa era una premessa, veniamo al nocciolo.
I blackout sono abbastanza democratici, capitano una volta qua e una volta là, ma questa è una consolazione da poco.
Da circa due settimane, nel ridente quartiere molto periferico dove vivo e, attualmente, lavoro (vi ricordate lo smart working, vero?), di blackout ne abbiamo una media di due al giorno, con la sola eccezione dello scorso week end.
La spiegazione per l’assenza di blackout nel week end è apparentemente semplice: uffici chiusi, niente aria condizionata, più corrente per tutti. Ma non regge di fronte a due evidenze: la prima è che nel week end precedente il nostro blackout quotidiano ce lo siamo beccato, la seconda è che se la discriminante è l’apertura degli uffici, dovrebbero avvenire solo in orario lavorativo, mentre (giusto per fare un esempio) nella notte tra il 14 e il 15 giugno siamo rimasti senza corrente dalle 21,30 circa alle 5,45.
E poi ci sarebbe anche quella cosina da poco dello smart working, per cui la maggior parte degli uffici sono desolatamente vuoti. I conti, signora mia, non tornano.
Ma anche qui si rischia di divagare.

Per tornare in argomento, si diceva che da circa due settimane in questa fortunata zona profondamente periferica della città capita, a orari variabili e con durate variabili, di dover passare del tempo senza corrente elettrica.
Solo stamattina è successo due volte, fortunatamente in entrambi i casi per non più di 5 minuti.
Altre volte la durata è stata maggiore, una, due ore. Una volta, come ho già detto, tutta la notte.
Tutte le volte, siccome sono curioso, sono andato sulle pagine locali dei giornali se compariva la notizia. Neanche una virgola.
Poi nei giorni scorsi c’è stata qualche mancanza di corrente anche nelle zone centrali della città. E qui, signora mia, il trattamento della notizia è stato leggermente diverso. Titoli, interviste al sindaco, dichiarazioni roboanti. Allarme blackou! Moriremo tutti!.

Tutto questo per dire che, evidentemente, sulle periferie l’attenzione cade solo quando ci scappa il morto. Quando si tratta di comuni e frequenti disagi che colpiscono i cittadini, non ce n’è notizzie, non ce n’è!

Su Coviddu

Lo scorso agosto sono andato in Sardegna.
Sono stato 19 giorni in Sardegna.
Sono tornato, vivo, dalla Sardegna per raccontarlo.

In questo periodo la Sardegna è stata descritta in continente come una specie di zombieland del virus.
Mi sento di commentare soavemente che sono state dette e scritte un mare di cazzate.

Non esiste un‘emergenza Sardegna. Non esiste semplicemente perché il problema non è localizzato in un luogo specifico, è dentro di voi. Voi che pensate che non c’è più alcun rischio, voi che vi credete al sicuro perché il peggio è passato, voi che semplicemente non sapete indossare una mascherina.

Sono stato in posto bellissimi, in cui mi sono rifatto gli occhi e i polmoni (sa com’è, signora mia, l’aria di Milano è quella che è).
Ho trovato gente che sapeva come si usa una mascherina e gente che non lo sapeva. Dai secondi mi sono tenuto a distanza.
Immagino che in questo sia stato facilitato dal fatto che non frequento una discoteca dagli anni ‘90, e che neppure allora fossi un grande appassionato.
Ho frequentato spiagge e posti bellissimi, in cui c’era spazio a sufficienza per mantenere il distanziamento (agevolo foto illustrativa), ed ho evitato spiagge e altri posti altrettanto belli in cui c’era troppa gente tutta ammassata. It’s easy, if you want you can.

Spiaggia bellissima con distanziamento garantito

Detto questo, beccatevi l’ennesimo spiegone sulle mascherine, a cosa servono e come si usano.
Se siete di quelli che credono che il Covid-19 sia un complotto, le mascherine una museruola, il 5G un arma di distruzione di massa, e via dicendo in un abisso di cazzate da cui non posso e non voglio tentare di salvarvi, smettete pure di leggere. Questo post non fa per voi. Non siete abbastanza intelligenti.
È una cosa con cui dovrete imparare a convivere.

Dicevamo, le mascherine.
Le ormai note FFP2 e FFP3 proteggono chi le indossa. Se usate correttamente.
Le FFP3 più delle FFP2.
Ma sono dei DPI, Dispositivi di Protezione Individuali, ossia strumenti certificati per proteggere i lavoratori. Fanno parte di quelli che il testo unico sulla Salute e Sicurezza sul lavoro (il famoso Dlgs 81\08) definisce DPI di III categoria, quelli che più semplicisticamente vengono chiamati DPI salvavita.
Il loro utilizzo sul lavoro richiede specifica formazione e addestramento. Se no, non ci puoi lavorare.
Lo stesso vale per le KN95, che anche se non sono certificate secondo le norme europee, funzionano allo stesso modo.
L’uso di questi strumenti senza la corretta formazione e il corretto addestramento può renderli non solo inutili, ma anche dannosi.
Per questo, oltre al fatto che se ne trovano poche, sarebbe meglio lasciare che le utilizzino soprattutto il lavoratori che più ne hanno bisogno, in particolare gli operatori sanitari.
Un’altra cosa: in commercio si trovano mascherine con la valvola e mascherine senza la valvola. Se indossate correttamente, (devono aderire perfettamente al volto, per cui se avete la barba scordatevele) proteggono chi le indossa allo stesso modo, ma quelle con la valvola facilitano la respirazione, perché la valvola filtra l’aria in entrata e non quella in uscita. Morale, riducono la probabilità che vi prendiate il virus, ma non fanno nulla per impedire che voi spargiate il vostri sputazzi ovunque. Non a caso vengono definite maschere egoiste.

Passiamo alle altre mascherine. Quelle che dovremmo indossare tutti quando necessario (quando si entra in un ambiente chiuso, affollato, e comunque in ogni situazione in cui non è possibile mantenere il distanziamento).
Avete presente quali sono?
Le mascherine chirurgiche, quelle azzurrine, ma ci sono anche altre varianti di colore, e vanno bene anche quelle d’artista (come quella della foto sotto), coi disegnini, lo stemma della vostra squadra del cuore, i colori della bandiera, etc. (Purché non siano fatte all’uncinetto dalla nonna con tutti i buchini larghi per respirare meglio).
Non vi proteggono dal virus, ma se usate correttamente evitano che voi spargiate i vostri sputazzi.
E quindi aiutano ad impedire la diffusione del virus.
Ecco, queste sono definite mascherine altruiste.

Nessun blogger molto fashion è stato maltrattato per scattare questa foto.

Le mascherine altruiste funzionano così: se ci troviamo in uno spazio chiuso, a meno di un metro di distanza, o anche all’aperto, in condizione di possibile assembramento, e entrambi possediamo la mascherina, entrambi evitiamo di sputazzarci a vicenda.
Io in qualche modo proteggo te e tu in qualche modo proteggi me.
Si potrebbe quasi dire che siamo amici. Anche se non ci conosciamo.
Se invece nelle condizioni di cui sopra io indosso correttamente la mascherina (coprendo anche il naso, cazzo!) e tu no, non siamo più tanto amici, perché io sto proteggendo te e tu invece te ne sbatti e mi sputi addosso tutto quello che hai dentro.

Concludendo: se ci incrociamo e tu non hai la mascherina, o hai la mascherina ma lasci fuori il naso, o la tieni sotto il mento, o appesa a un orecchio, al gomito, in tasca, nel budello di tu ma’ (Cit.), io potrei sentirmi autorizzato a invitarti, anche se non ti conosco, a mantenere la giusta distanza da me.
Magari con l’ausilio di un bastone nodoso.

Maledetto benedetto lunedì

Sono reduce da un week end di influenza. Un week end complicato, ma questo lunedì porta con sé un po’ di notizie che meritano, se non di essere commentate (cosa potrebbe cambiare la mia opinione?), di essere almeno ricordate.
La prima, importante soprattutto per me, è che nonostante gli innumerevoli tentativi, sono riuscito a trattenere i polmoni nella cassa toracica. Ok, vista la qualità dell’aria di Milano, non è che me ne faccia poi molto. Ma ho la sensazione che senza sarebbe comunque peggio.
La seconda è che il Milan ha vinto una partita brutta. L’ha vinta giocando male, con Gigio ancora una volta migliore in campo, ma l’ha vinta. Da quando è tornato Zlatan sono 4 di fila (e un pareggio). Non male.
mi piace anche citare la vittoria del Napoli di Ringhio Gattuso sull’impero del male rubentino. Sì, mi piace molto.
Poi c’è Kobe. E qui son solo lacrime. Per chi ama il basket è una botta enorme. Non ho parole.
Poi c’è l’Emilia Romagna, che ha ricacciato la bestia. Non tutto è perduto in questo paese.
La notizia però dovrebbe essere il fatto che il tam tam mediatico della sua macchina da guerra ci abbia fatto credere che c’era davvero la possibilità di una sua vittoria.
Comunque è lunedì. S’è fatta una certa.
BUONGIORNISSIMO,KAFFEEEE’?

Faccio come Giampaolo

Cambio idea, mi contraddico, me ne fotto e vado per la mia strada senza sapere quale sia, dove sto andando, cosa sto facendo.
La scorsa settimana ho scritto che era necessario stare dalla parte di Giampaolo. Oggi scrivo che spero che venga mandato via prima di fare ulteriori danni.
Domani forse potrei anche scrivere che bisogna dargli fiducia, non si butta il bambino insieme all’acqua sporca, è troppo presto per giudicare, etc.
Ma oggi, e ho lasciato passare 24 ore per sbollire, sono per la cacciata immediata.

Ipocondriaco, just for one day

Se ne faccia una ragione il ministro dell’intestino.
Gattuso ha capito che ogni giocatore che entra in campo aumenta le probabilità che un giocatore si faccia male, per cui niente sostituzioni a meno che uno non si sia già infortunato.
It’ statistic, baby.
Ci sarebbe poi da disquisire parecchio su un ministro dell’intestino che sente la necessità di dire la sua(da padre, da ministro o da cosa?) anche sulle scelte di gioco del Milan. Certo, si dirà che non è il primo, ma almeno quell’altro era il proprietario della squadra. Questo neppure il biglietto allo stadio paga.
D’altronde il campione mondiale di scrocco è notoriamente anche un campione di frocio col culo degli altri. E poi siamo in una democrazia, qualunque cosa significhi, per cui tutti hanno diritto di opinione. Anche quelli che hanno opinioni di merda.
Il problema è quando diventano maggioranza.
Detto questo, considerando per qualche riga anche un po’ la partita, viste le premesse e la formazione in campo il pareggio per noi è un gran risultato. D’altronde, in un campionato che è diventato come la regalar season dell’NBA, in cui arrivare in zona playoff conta più che arrivare primi, l’importante è restare attaccati al quarto posto.
Tutto il resto è grasso che cola.

Lo sprezzo del ridicolo e l’italica scarpa

Se non ti rendi conto che quella che tu vai dipingendo come una fragorosa azione di protesta in realtà è una roba talmente scema che fa il giro ed è ancora più scema, allora sei pronto per andare a fare l’europarlamentare leghista.
Purtroppo i riferimenti di questo post non sono casuali né frutto di fantasia.
Altro che aver abolito la povertà, finora l’unica cosa che hanno abolito è il senso del ridicolo.

L’aria di Milano

L’aria di Milano è come il panettone. Ci sono pure i canditi. Ci devono essere, altrimenti è una roba posticcia.
Il problema dell’aria di Milano è che d’inverno deve piovere almeno due volte a settimana per contratto, altrimenti si impesta di schifezze a non si respira. L’aria di Milano se non piove diventa croccante, come la pizza che piace ai milanesi che non capiscono un cazzo di pizza.
D’estate questo problema non c’è, perché d’estate succedono diverse cose che rendono l’aria un po’ migliore. Innanzitutto fa caldo, per cui i milanesi non accendono le loro belle caldaie dell’ottocento, nei loro bei palazzi del seicento. Poi, dato che fa caldo, i milanesi vanno a cercare un po’ di fresco altrove, per cui Milano si svuota. E l’aria di Milano, quando Milano si svuota, migliora.
Perché il milanese c’ha questa cosa che se deve andare a prendere il pane sotto casa tira fuori il suv dal box  e poi parcheggia in doppia fila davanti al prestinaio.
Però d’estate ci sono meno milanesi e le caldaie sono spente, per cui l’aria di Milano un po’ migliora.
D’inverno invece ci sono i milanesi che vanno a prendere il pane col suv, lasciando la caldaia ottocentesca accesa a casa, e sono tanti, e l’aria fa schifo.
A meno che non piova. Ma qui sono un paio di mesi che non piove.
Quindi cosa fa il Comune? Blocca il traffico. Giustamente. Mica si possono bloccare le caldaie.
Blocchiamo il traffico così il milanese il pane se lo va a prendere a piedi.
Tutto giusto, sulla carta. Se non fosse che in questi giorni il milanese non sta a Milano, che le scuole sono chiuse e c’è il ponte e ci sono le feste e magari da qualche parte il vero milanese riesce pure a sciare un po’.
Quindi il blocco del traffico a cosa serve, in questi tre giorni?
A cosa serve questo blocco del traffico, se il traffico non viene bloccato anche dai comuni intorno a Milano?
A poco. A poter dire che qualcosa si sta facendo. Ma in realtà servono interventi strutturali di ben altro livello.
La soluzione definitiva la conoscono tutti, solo che i poter forti non vogliono che venga attuata perché hanno altri, oscuri, interessi: spostare Milano e la pianura padana in una zona più ventilata.

I contrariucci del quartierino

Non è che loro non vogliono la M4. Anzi. Quando sarà finita saranno ben contenti di vedere i loro immobili (compresi quelli tenuti sfitti perché non si sa mai, signora mia) rivalutarsi di circa il 20 %.
Loro vogliono la M4.
Il problema è il cantiere per la M4.
Loro vogliono la M4 sotto casa ma vogliono anche che cantiere si faccia da un’altra parte. Magari in periferia, che si sa i cantieri sporcano e poi se mi chiudono la strada come faccio a parcheggiare il suv in seconda fila per andare dal prestinaio a prendere le michette?
Poi una volta che la M4 sarà finita la prendono e glie la intubano in maniera indolore sotto casa. Senza sporcare.
Io invece abito nel profondo Giambellino da oltre una decina di anni. In periferia. Ed è da quando sono lì che aspetto che la M4 si faccia (non sono il solo). Pur sapendo che i cantieri creeranno dei disagi (e che saranno più fastidiosi per chi sta più in periferia, checché se ne dica). ma non vedo l’ora che inizino, e che finiscano.
Per cui questi quattro balabiott che protestano contro l’imminente apertura dei primi cantieri per la M4, e ancora di più i politicanti che cavalcano questa protesta a caccia di voti, sono subito arrivati in cima alle classifiche di quelli per cui non provo alcun tipo di solidarietà. Scavalcando in un solo passo addirittura i tassisti e i camionisti.

L’Area C’era

Sull’area C, quando è stata istituita, mi ricordo che avevo anche preparato un bel post in cui, alla fine, non scrivevo praticamente niente.
Infatti penso di non averlo mai pubblicato. Errata corrige: eccolo.
Il problema è che ancora adesso non me ne sono fatto un’idea personale definitiva. Non so se considerarla una cosa buona a prescindere o cattiva a prescindere. Come al solito la verità sta nel mezzo, si tratta di commisurare i pro e i contro e prendere una decisione.
Quello che penso, in soldoni, è che contrariamente a quanto sostengono i talebani dell’areaC, quelli che la vorrebbero estesa a tutto il territorio cittadino, non è una soluzione definitiva ai problemi della circolazione in città.
Probabilmente è, con le dimensioni attuali, una buona soluzione tampone in attesa che finalmente qualcuno proponga quella definitiva, che al momento non esiste. Soluzione che io non ho, altrimenti l’avrei gia proposta o brevettata.
L’area C risolve alcuni problemi, ne crea qualcun altro, pare però che faccia quello che si era preposto chi l’ha voluta, cioè ridurre il traffico in centro città e di conseguenza migliorare anche un po’ l’aria. Per cui si può dire chiaramente che funziona.
Ora che questa soluzione (non definitiva, non totale globale, non perfetta, etc. etc.), che con tutti i pro e i contro del caso ha l’indubbio merito di funzionare, venga messa in discussione per gli interessi privati di un singolo mi pare quanto meno singolare.
Ma noi siamo un paese in cui queste singolarità diventano spesso la norma, a punto che non ci si bada più.

A cazzo di cane

Ovvero il modo tipico di fare le cose in Italia. Purtroppo.
Poi c’è ancora chi mi guarda storto quando dico che non mi dispiacerebbe se venissimo invasi dagli svizzeri.
Faccio due brevi esempi (il termine brevi prendetelo con le molle), uno che riguarda un ambito pubblico ed uno che riguarda un ambito privato, per non fare torto a nessuno.

L’esempio pubblico: le strisce blu in zona Bonola. Lo so, qualcuno può anche ritenere che ormai ho sfrangiato le gonadi con questa storia, ma è una di quelle vicende che non smettono mai di riservare sorprese.
Settimana scorsa ho scritto che sarebbero partite da lunedì 19 marzo, perché questa era l’informazione ufficiale che mi era stata data.
In effetti lunedì mattina la maggior parte dei cartelli in zona era stata scoperta e mi è stato assicurato che c’era anche un uomo con una giacchetta ATM che vendeva i gratta e minchia sosta nel parcheggio del mercato (semivuoto).
Ieri un collega è andato in edicola a fare una scorta dei maledetti grattini e l’edicolante, dopo averglieli comunque venduti, gli ha detto di non usarli subito perché sarebbe partito tutto dal 29 marzo. Apriti cielo.
M’è toccato rifare il solito giro di telefonate. In sintesi: il consiglio di zona non sa niente del 29, loro hanno in mano un volantino del Comune che parla del 19 ma oltre questo, dato che non è loro competenza, non sanno. Consigliano di chiamare l’anagrafe. Stessa medesima risposta dai vigili. L’anagrafe dice che loro sanno che la partenza è quella del 19, ma oltretutto non hanno ancora finito di distribuire tutti i pass ai residenti.
L’ATM mi dice che a loro risulta che la zona Bonola come sosta a pagamento non è ancora attiva. Ma, però, forse, invece, dipende dal Comune, non sanno. Ovviamente non sanno neppure dirmi da quando a loro risulterà attiva.
Oltre al danno (la tassa sul lavoro) la beffa: c’è chi sta già pagando 4 € al giorno di sosta, senza che nessuno sappia dire con certezza se lo deve fare o se sono soldi buttati (in realtà buttati non sono, ATM incassa comunque).
Fate voi le somme, intanto dico la mia: il Comune in uno slancio di ottimismo ha emesso l’ordinanza con inizio 19 marzo, poi si sono resi conto che non avrebbero distribuito tutti i pass residenti per tempo ed hanno chiesto all’ATM di aspettare a mandare i loro controllori della sosta (o come cazzo si chiamano adesso).

L’esempio privato: Banca Intesa San Paolo e Ac Milan unite nella vendita dei biglietti per Milan-Barcellona. I primi tre giorni della settimana sono stati dedicati alla vendita, solo presso gli sportelli della banca, a chi ha l’abbonamento in campionato.
Oggi era prevista la vendita, presso gli sportelli, on line sul sito acmilan.com, o presso i bancomat, a tutti i possessori di carta cuorerossonero. Da domani (ma mettetevi il cuore in pace), vendita libera a tutti.
Illudendomi che fossimo in un paese tipo chissacosa ho pensato che, se hanno detto che la vendita on line partiva oggi, alle zero e un minuto di oggi fosse possibile tentare l’acquisto. Niente da fare, in Italia l’internet fa orario d’ufficio, pause comprese.
Infatti ho atteso la mezzanotte per poi scoprire che la vendita sarebbe partita oggi alle 8,30. Alle 8,30 ero su un mezzo pubblico dell’ATM, per cui non ho potuto provare. Però arrivato in ufficio verso le 9,10 mi sono subito connesso al sito del Milan per tentare quella moderna diavoleria che è l’acquisto on line. Niente, bloccato, morto, fermo, piantato. Il sito è stato inutilizzabile praticamente tutta la mattina.
Ok, non demordo – mi son detto – ci lascerò una mezzoretta ma provo ad andare in banca, visto che è qua sotto.
Mi sono fatto mandare dal fratello copia dei suoi documenti e della sua cuorerossonero e ho preso un permesso.
Arrivato in banca ho trovato questo:
Ho aspettato una mezzoretta, poi ho mollato il colpo visto che non si muoveva niente. Son tornato in ufficio, dove periodicamente ho provato ad accedere al sito, sempre con lo stesso esito: più immobile di Seedorf in mezzo al campo.
Arrivata la pausa pranzo sono tornato in banca. Sorpresa, qualcosa si stava muovendo. Dopo un quarto d’ora d’attesa sono arrivato allo sportello, per scoprire che non c’è più un posto disponibile. Zero, niente, nulla, come i capelli di Galliani.
O come la capacità organizzativa applicata a questi eventi.