Cugini

Una volta il cugino della Boldrini mi ha detto che un suo amico ha visto un ragazzo cadere con la moto.
Quando il ragazzo si è rialzato, si è tolto il casco e gli si è aperta la testa. Per fortuna passava di lì il cugino della Lorenzin che ha iniettato al ragazzo un vaccino che gli ha fatto crescere una seconda testa perfettamente funzionante al posto della prima.
Non so come sia andata a finire questa storia, ma la morale se c’è fa schifo.

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2018 asino cotto

Non credo che il passaggio da un anno ad un altro faccia poi tutta questa differenza. Lo vedo, più che altro, come un passaggio burocratico.
Finisce il 2017, inizia il 2018, noi continuiamo a contare gli anni e loro continuano a passare.
Per cui, secondo me, augurare buon 2018 ha senso quanto ne ha augurare un buon prossimo mese, o un buon prossimo quinquennio. Comunque si fa, quindi auguri a tutti per il prossimo anno.
Vi auguro che le cose che potrebbero migliorare migliorino, e che quelle che potrebbero peggiorare non lo facciano.
Di meglio non so fare.

Fatal merdona

Una volta la fatal Verona era il posto in cui, grazie anche ad arbitraggi non proprio trasparenti, lasciavamo scudetti e sogni di gloria.
Una volta…
Ieri neanche la dignità, che la sensazione è che qualcuno proprio non se la sia portata da casa, magari per non sciuparla.

Il miracolo

Anche se è presto per gridare al miracolo di San Gennaro da San Siro, nonostante la ridondanza di santi, possiamo dire che qualcosa di nuovo, in fondo in fondo, sembra si sia visto ieri sera?
E non era solo la neve, che anche quella negli ultimi inverni a Milano s’è fatta desiderare.
Magari sono solo io, ma un po’ di Gattuso nel Milan di ieri m’è parso di vederlo. Soprattutto m’è piaciuta la formazione nel finale, molto simile a quella che mi piacerebbe vedere in campo sempre (da buon tifoso, come da statuto, devo avere una mia opinione su tutto, anche il look dell’allenatore) (e da buon blogger mi sento autorizzato a propinarvi la mia opinione su tutto, a proposito, la giacca di Gattuso non era poi così brutta, chissà quanto costa.

Lo sconforto

Non sono tra quelli che si sono illusi che tutti i milioni spesi quest’estate fossero stati utilizzati per prendere fior di campioni che ci avrebbero portati a vincere lo scudetto subito e la Champions tra due anni.

Era comunque evidente, aggiungerei tristemente evidente, che gli acquisti di quest’estate erano serviti più che altro per passare da una rosa di giocatori mediocri per la maggior parte, ad una rosa di giocatori un po’ meglio che mediocri, con alcuni prospetti di belle speranze ed un nome, uno solo, di spessore internazionale (ma da valutare in una squadra diversa da quella degli odiati pigiamati)(diciamo che per ora non sta andando affatto bene)(diciamo che forse parte della colpa è anche di chi si aspettava troppo).

Oltre che evidente è poi anche ovvio che una squadra così ampiamente rivoluzionata avesse bisogno di tempo.

Certo è che speravo che alcune delle sofferenze degli ultimi 4 anni, con questa rosa migliorata e il nuovo entusiasmo che sembrava aver preso un po’ tutti, mi sarebbero stati risparmiati.

Invece le sofferenze sono rimaste le stesse. La carenza di risultati è rimasta la stessa. La mancanza di un gioco riconoscibile pure.

Il tempo è passato e i miglioramenti non si sono visti.

Alla fine è stato quasi naturale pensare che il problema stesse nell’unico elemento che non era cambiato: l’allenatore.

O comunque è più facile, anche consolatorio, fingere che fosse così.

Diciamo poi che Montella non si è certo aiutato ed è riuscito a far pensare tutti, anche i suoi più fedeli sostenitori, di essere in totale confusione.

Questo almeno a giudicare dal continuo cambiamento di moduli, formazioni, atteggiamenti tattici.

23 formazioni diverse in 23 partite ufficiali. Se non è un segnale di confusione questo.

Sembrava uno che prova a fare una ricetta complicata tirando a indovinare sulle dosi e sugli ingredienti. Un giorno assomiglia a una torta, il giorno dopo ad un soufflè. Quello che non cambia è il gusto, e non è buono.

Lungi da me il pensiero di gioire per la sua cacciata, diciamo che non è mai comunque stato nel novero dei miei preferiti.

Ma questa, ormai, è un’altra storia. Una storia che vorremmo tutti poter considerare già vecchia.

Inizia ora una storia nuova. La storia di Rino Gattuso in panchina. Una storia che, per il bene che tutti noi gli abbiamo voluto da giocatore, speriamo sia lunga e piena di soddisfazioni.

Peccato che l’inizio sia stato sconfortante, e non tanto per il risultato.

In fondo un pareggio subito al 95° con gol del portiere, al di là degli inevitabili sfottò che per anni subiremo su questa cosa, è un evento talmente improbabile che non può e non deve fare testo nella valutazione di un allenatore appena arrivato.

Anche se essere noi quelli che concedono per primi un pareggio ad una squadra che finora ne aveva perse 14 di fila non è esattamente quel che si dice fare un figurone.

Quello che più mi ha sconfortato però è stato vedere, prima della partita, una formazione uguale, o molto simile, ad una di quelle che avrebbe messo in campo Montella, al punto da non sapere neppure se considerarla la prima di Gattuso o la sua ventiquattresima.

Mi si dirà che con soli quattro allenamenti alle spalle nessuno può fare miracoli. Concordo.

Ma è anche vero che per dare un segnale di discontinuità ci vuole comunque poco. Sarebbe bastato puntare dall’inizio su alcuni di quei giocatori che, inspiegabilmente visti i risultati di chi invece il campo lo ha calcato per quasi tutta la stagione, il campionato lo hanno visto finora dalla panchina.

Mica tutti, per carità. Solo alcuni, un paio sarebbero bastati, giusto per far vedere che si può provare, che anzi vale la pena tentare.

Poi vada come vada, ma se il risultato del cambio di allenatore è continuare a vedere in campo un Milan alla Montella, tanto valeva tenersi l’originale.