Gino

Se c’è uno cui andrebbero subito dedicate strade, piazze, statue, ma soprattutto ospedali, di quelli in cui si curano tutti, gratis, senza badare a niente che non sia la necessità, quello è Gino Strada, medico, uomo di pace, estremista della pace.

Ma andrebbe fatto non per onorarlo, che da quel che ho capito a lui di quel genere di onori non sia mai fregato niente.

Andrebbe fatto per far capire a tutti che non abbiamo bisogno di eroi., ma di tanti uomini come lui.

No green pass? No party.

Primo giorno di vacanza. Sardegna. Mezzogiorno e qualcosa. Decidiamo di andare al ristorante.

C’è la possibilità di mangiare fuori, all’aperto, ma dato il caldo subtropicale decidiamo che i posti all’interno, con aria condizionata, sono molto più allettanti.

All’ingresso ci chiedono il green pass. Ce l’abbiamo, lo mostriamo, tutto ok. La sala è praticamente vuota, comprensibile dato che a quest’ora la gente preferisce mangiare panini in spiaggia.

Ma noi siamo appena arrivati, dopo un viaggio abbastanza lungo. In spiaggia ci andremo nel pomeriggio, dopo aver digerito e riposato, per cui mettere le gambe sotto il tavolo è esattamente quello di cui abbiamo bisogno ora.

Poco dopo di noi arrivano, per conto loro, altre due coppiette. Hanno il green pass. si accomodano all’interno, in tavoli distanti tra loro (e da noi).

Nel frattempo arriva un altro gruppo piuttosto numeroso e rumoroso. Famiglie, tre, con ragazzini. Una tavolata da almeno 10 persone (non sono certo stato lì a contarli). Non hanno il green pass. Si accomodano fuori e pranzano anche loro, beati e contenti.

Morale della favola, il green pass funziona.

Certo, mi rendo conto che se un locale non ha la possibilità di allestire tavoli all’aperto, può trovarsi a dover rifiutare dei clienti.

Ma se penso all’alternativa, cioè a ritornare a chiudere i ristoranti e gli altri locali, lasciando solo la disponibilità dell’asporto, non vedo molte altre possibilità.

Ce n’è una sola, invero (era da un po’ che desideravo di scrivere invero): vaccinatevi tutti e non rompeteci il cazzo, oppure statevene alla casa.

Non ve l’ha detto il dottore di andare al bar o al ristorante.

Ma sono abbastanza sicuro che il dottore (a meno che non sia un ciarlatano, magari di quelli che millantano impossibili candidature al premio Nobel per vendervi cure alternative e inefficaci), vi direbbe la stessa cosa: vaccinatevi.

Cara bella semplicità

A volte ci perdiamo in tentativi e risposte articolati, dietro cui spendiamo un sacco di tempo ed energia, dimenticando che invece bastano tre semplici parole per chiudere definitivamente qualsiasi questione.
Le tre parole sono:

Ma sei scemo?

Faccio qualche esempio, senza fare nomi anche se, a volte, sono fin troppo noti:

Paola Egonu diventa portabandiera olimpica perché incarna un cliché e non per meriti sportivi, ci sono almeno 30 atleti nella delegazione italiana con un curriculum più valido della Egonu, ma con la colpa di essere bianchi o eterosessuali. Egonu è un triste inno al conformismo.
Ma sei scemo?
(Rapido, sintetico e pure tanto liberatorio)


Il Governo ha approvato l’obbligo del #greenpass, un lasciapassare che lede la libertà dei cittadini, devasta ulteriormente l’economia e di fatto impone l’obbligo vaccinale per accedere a molte attività. È l’ennesima vergogna che *** contrasterà con tutte le sue forze.
La strada della discriminazione e del conflitto tra cittadini è molto pericolosa e in contrasto con quanto stabilito dalla UE che chiedeva di evitare discriminazioni. È incredibile che la sinistra sia europeista solo quando da Bruxelles impongono lacrime e sangue per gli italiani.

Ma siete scemi?
(Funziona anche al plurale).

“#dittaturasanitaria
“#disobbedisco
Ma sei scemo?

Gli esempi potrebbero continuare all’infinito. La risposta è sempre la stessa.

Periferie (poco) elettriche

Ovvero: quando non conti un cazzo.

Da qualche tempo, nella zona molto periferica della ridente città di Milano (capitale europea di quassicosa) in cui vivo, fa caldo. Mica solo qui, ovviamente.
Per essere tassonomici e non nozionistici, preciso che sto parlando del profondo Giambellino, e per profondo intendo che sono più vicino a Corsico e Buccinasco che alla prima macelleria non islamica in zona (eccetto i reparti di macelleria dei tanti supermercati della zona).

Il caldo porta con se molte conseguenze, alcune piacevoli, alcune spiacevoli, alcune ovvie ed altre inspiegabili.
Tra le conseguenze inspiegabili ci sono i blackout, dovuti ai maggiori consumi di energia elettrica.
Lei obietterà, signora mia: “l’hai spiegato, quindi non è inspiegabile“.
La cosa inspiegabile è che questo succede da sempre, tutte le estati. O almeno da quando ho cominciato a frequentare la formidabile capitale europea di quassicosa per lavoro, e poi a viverci. Cioè da almeno 20 anni, minuto più minuto meno.
E se da 20 anni almeno tutti i sindaci che si sono succeduti hanno promesso che avrebbero risolto il problema, senza riuscirci, le cose sono due: o non ci hanno veramente provato, o ci hanno provato male.

Questa era una premessa, veniamo al nocciolo.
I blackout sono abbastanza democratici, capitano una volta qua e una volta là, ma questa è una consolazione da poco.
Da circa due settimane, nel ridente quartiere molto periferico dove vivo e, attualmente, lavoro (vi ricordate lo smart working, vero?), di blackout ne abbiamo una media di due al giorno, con la sola eccezione dello scorso week end.
La spiegazione per l’assenza di blackout nel week end è apparentemente semplice: uffici chiusi, niente aria condizionata, più corrente per tutti. Ma non regge di fronte a due evidenze: la prima è che nel week end precedente il nostro blackout quotidiano ce lo siamo beccato, la seconda è che se la discriminante è l’apertura degli uffici, dovrebbero avvenire solo in orario lavorativo, mentre (giusto per fare un esempio) nella notte tra il 14 e il 15 giugno siamo rimasti senza corrente dalle 21,30 circa alle 5,45.
E poi ci sarebbe anche quella cosina da poco dello smart working, per cui la maggior parte degli uffici sono desolatamente vuoti. I conti, signora mia, non tornano.
Ma anche qui si rischia di divagare.

Per tornare in argomento, si diceva che da circa due settimane in questa fortunata zona profondamente periferica della città capita, a orari variabili e con durate variabili, di dover passare del tempo senza corrente elettrica.
Solo stamattina è successo due volte, fortunatamente in entrambi i casi per non più di 5 minuti.
Altre volte la durata è stata maggiore, una, due ore. Una volta, come ho già detto, tutta la notte.
Tutte le volte, siccome sono curioso, sono andato sulle pagine locali dei giornali se compariva la notizia. Neanche una virgola.
Poi nei giorni scorsi c’è stata qualche mancanza di corrente anche nelle zone centrali della città. E qui, signora mia, il trattamento della notizia è stato leggermente diverso. Titoli, interviste al sindaco, dichiarazioni roboanti. Allarme blackou! Moriremo tutti!.

Tutto questo per dire che, evidentemente, sulle periferie l’attenzione cade solo quando ci scappa il morto. Quando si tratta di comuni e frequenti disagi che colpiscono i cittadini, non ce n’è notizzie, non ce n’è!

2021

Credo di aver già scritto quello che sto per scrivere.
Anzi, sono quasi certo di aver scritto più o meno la stessa cosa anche l’anno scorso, e forse pure quello prima (lo so, basterebbe dare un’occhiata negli archivi del blog per scoprirlo, ma sono pigro).
Non credo che il semplice passaggio dal un numero all’altro abbia chissà quali effetti. Si tratta solo di una convenzione per contare il tempo che passa, lo chiamiamo 2021, potremmo chiamarlo 31037. Potremmo far iniziare l’anno in un qualunque altro giorno, potremmo cambiare i nomi ai mesi e ai giorni, non cambierebbe molto.
Ci piace contare e rendere riconoscibili le rotazioni del nostro pianeta intorno al proprio asse, e i giri che compie intorno al suo sole. Che poi chiamiamo tutti questi giri in un modo o nell’altro non fa differenza su quello che ci capita mentre ci viviamo sopra.
Detto questo, dato che è comunque una convenzione socialmente non disdicevole quella di cogliere questa occasione per fare auguri e buoni propositi, ecco qua:
Auguro a tutti un prossimo giro intorno al sole migliore di quello passato.
Per conto mio, faccio il buon proposito di riavere i capelli lunghi biondi e folti come quando avevo 20 anni.

AbNOrmal boccaloni

Complottisti.
Ce n’è per tutti i gusti, a partire dagli sciachimisti fino ai rettilianisti, passando per i Qanon e i terrapiattisti.
Che poi, più che complottisti li chiamerei boccaloni, data la loro propensione a mandare giù come fosse caviale qualunque cagata.
Gente disposta a credere a qualunque puttanata ce n’è sempre stata, ma una volta, prima di internet e degli smartphone, la diffusione di certe strampalate teorie (all’epoca si chiamavano leggende metropolitane) era molto più lenta. Ora qualunque informazione, vera o falsa, viaggia a velocità della luce.

Mi sono sempre chiesto cosa portasse certa gente a credere a questo coacervo di idiozie, che spesso si sovrappongono, si intrecciano ed in alcuni casi si contraddicono.
Alla fine mi sono convinto che sia per la ricerca di una qualche forma di autogratificazione. L’idea di essere tra i pochi che conoscono la verità segreta (in cui di segreto non c’è niente, visto che basta una ricerca di poche parole per trovare di tutto e di più) in qualche modo ti fa pensare di essere superiore rispetto alla massa di pecoroni che non si informano e, soprattutto, non credono. Per alcuni è uno stimolo talmente forte che li porta a sospendere qualunque forma di giudizio critico.
Aggiungiamo anche una certa dose di analfabetismo funzionale, definizione che mi piace poco ma calza, ed il gioco è fatto.

Ben diverso è il discorso su chi queste teorie le inventa e le diffonde. Si parte da una buona base di mitomania, certamente, ma poi la storia (anch’essa ben documentata on-line) dimostra che spesso si tratta di veri e propri criminali che tentano di lucrare sulla dabbenaggine della gente. Sia in termini economici che di puro e semplice consenso, anche politico (non a caso c’è chi più o meno velatamente cavalca queste teorie).

Ci sono i complottismi (neologismo? ai posteri l’ardua sentenza) che sembrano tutto sommato innocui, rettiliani, sciachimisti, terrapiattisti. In apparenza quelli che ci credono possono fare del male solo alle proprie finanze ed alla propria immagine, e ci sono quelli, tipo i NO-Vax o i no_covid, che sono pericolosi anche per gli altri.
Se può sembrare folkloristica la teoria secondo cui da 40 anni una élite di illuminati cattivi (a seconda della versione possono essere i Bildemberg, i rettiliani o salcazzo) dediti alla conquista del mondo usa i voli di linea per spruzzare cose nel cielo per sterminare la popolazione mondiale, 40 anni in cui la popolazione mondiale è raddoppiata (ditemi voi se questo non è il piano di sterminio segreto peggio riuscito della storia), un po’ meno lo è diffondere storie che convincono la gente a tenere comportamenti che contribuiscono alla diffusione di una pandemia, o che possono istigare alla violenza.
Anche perché purtroppo chi comincia a credere ad una di queste teorie, molto spesso tende ad abboccare anche alle altre.
In realtà non esistono teorie del complotto del tutto innocue.

Un altro tratto comune a tutti ‘sti boccaloni è di essere impermeabili a qualunque tentativo di farli ragionare per farli smettere di leggere e diffondere cagate, per il bene loro e degli altri.
Ho detto cagate? Rincaro la dose: enormi, sesquipedali cagate.
Credere a certe stronzate non fa di loro degli illuminati (nel senso di gente che ha visto la luce) che si ergono sulla massa dei cretini. Fa di loro dei cretini che si ergono sulla massa della loro ignoranza.
Si sentono eroi, sono imbecilli suggestionabili, che di fronte a una realtà che con capiscono a pieno (è la vita, uguale per tutti), o che li spaventa, preferiscono costruirsi un film con una versione semplificata dei fatti, in cui fanno la parte dell’eroe.
Una volta che si comincia a nuotare nel mare delle cazzate, si rischia di annegarci.

Quindi, che facciamo?
Premesso che il TSO di massa è impraticabile, e dato che sappiamo che è quasi impossibile convincerli di essersi sbagliati, penso che la cosa migliore da fare con questi poveracci sia isolarli, dare loro la minore visibilità possibile, lasciarli nel loro brodo mettendoli nella condizione di nuocere il meno possibile. Applicare dunque il classico trattamento da scemo del villaggio.

The N word, the F word and all the other words

Disclaimer: in questo post di essere politically correct semplicemente me ne fotto.
Estote parati.

Io sono nato negli anni ’70 e cresciuto negli ’80, in una frazione periferica di un comune periferico di quella che allora era la provincia di Milano e adesso, senza nessun motivo reale, è diventata provincia di Monza e Brianza.
Un posto, per capirsi, in cui senza gli immigrati dal veneto e dal sud Italia gli abitanti sarebbero stati poche centinaia, invece erano circa 15.000.
Questo giusto per dare un contesto.

Ai tempi, almeno lì, non esistevano la N word, né la F word, né altro.
Eravamo tutti più barbari, probabilmente, ma le parole socialmente proibite erano ben poche, e se ce n’erano non lo sapevamo. Per cui le dicevamo un po’ tutte, alla bisogna.
Perché anche se mio padre mi ha sempre insegnato (a me e ai miei fratelli) a non usare parolacce, quando capitava di litigare con qualcuno mica ci si poteva limitare a uno sguardo corrucciato. Bisognava insultare, e colpire duro. Lo stesso valeva ovviamente quando partiva lo sfottò con gli amici. La differenza era nel finale.
Posso dire che la famosa parola con la N veniva usata molto poco non per una particolare coscienza sociale, ma per la mancanza di persone cui rivolgerla. Era molto più facile che partisse la parola con la T (terrone), da sola in caso di sfottò, accompagnata da un di merda in caso di lite.
C’era una sola regola, un solo tabù: mai toccare la mamma. Quello era il limite che faceva passare automaticamente dalla schermaglia verbale alla rissa.
Non importava chi fosse, ma se qualcuno ti avesse insultato la mamma, fosse stato anche un energumeno peloso alto due metri e largo uguale, avevi l’obbligo morale di saltargli addosso per difendere l’onore di famiglia.

Ai tempi delle medie (primi anni ’80) queste discussioni tra gentlemen erano frequenti all’uscita da scuola e normalmente non avevano bisogno di un vero motivo. Funzionava più o meno così:
Ehi tu, che cazzo ti guardi?
Eh? Che cazzo vuoi, non guardavo te.
Andiamo di là (di là era dall’altra parte della strada, fuori dalla pertinenza della scuola)
Che cazzo vuoi, vai a casa che ti faccio male (attraversando la strada e consegnando lo zaino a un amico)
(A questo punto si formava un crocchio con gli amici a cerchio intorno ai due contendenti, che in mezzo facevano partire l’escalation)
Secchione (insulto riservato a chi aveva più di un paio di sufficienze in qualche materia)
Terrone (non c’era un equivalente per i veneti, per cui a questo punto si passava a toccare altri argomenti)
Ciccione (il body shaming era ancora da inventare)
Ricchione (le rime venivano spintanee, anche perché il lessico era quello che era)
Culattone (rilanciare lo stesso concetto con altre parole era concesso)
Vaffanculo (alle elementari la risposta sarebbe stata “vacci tu con tre tappi nel culo“, ma alle medie eravamo troppo grandi per cui ci si limitava a rilanciare)
Vacci tu, (aggiungere epiteto a caso tra quelli già usati) (da notare che nessuno diceva mai pirla, perché di milanesi doc non ce n’erano)
Figlio di putta…
NON TOCCARE MIA MADRE ! SBAM!
In genere la rissa vera e propria durava pochi secondi. Ci si rotolava un po’ per terra, senza quasi riuscire a colpirsi, poi intervenivano gli amici a separare i contendenti.
In alcuni casi, ma non sempre, arrivava la chiamata ai rinforzi:
non finisce qui, chiamo a mio cugino (si diceva davvero così)
chiamalo chiamalo, io chiamo a M. (M era un noto vicino di casa e amico la cui fama era diffusa; bastava nominarlo per mettere a tacere qualsiasi cugino) (che poi adesso mi chiedo, in mancanza di cellulari o anche solo di un cugino-segnale o di un M.-segnale, come cacchio avremmo fatto a chiamare chicchessia confidando in un rapido intervento, ma tant’è).
Ci si lasciava con la promessa di un secondo round molto più sanguinoso per il giorno successivo, ma stranamente non succedeva quasi mai.

In realtà tutto questo racconto mi serviva per dare lo spunto ad una riflessione più seria, che è quella sul linguaggio e su come si sta evolvendo in questi tempi.
Sono passati quasi 40 anni da quei tempi e trovo che l’attenzione a quello che si dice, e a come lo si dice, non possa che essere considerata un miglioramento.
Sarà che forse mi illudo di essere migliorato, un po’, anche io.
Non mi sognerei neppure, in caso di discussione con qualcuno, di apostrofarlo con insulti del genere descritto prima (ma soprattutto cerco di evitare le liti, per quanto possibile, e compatibilmente con il mio carattere).
Alcune di quelle espressioni però mi capita ancora di utilizzarle, (anche parafrasandole a volte) in contesti scherzosi e rivolgendomi a persone che so che comprendono l’intento ironico dietro alle mie parole. Per cui mi è successo di dare del terrone a un amico, o del ciccione a un altro (su questo sono inattaccabile, perché nessuno può accusarmi di essere un mingherlino invidioso).
Cerco sempre di stare attento, perché conosco il peso delle parole, ma ci sono contesti in cui le parole hanno peso diverso E ci sono contesti in cui non c’è nulla di male.
Ogni tanto però mi pare che si stia esagerando, e che si corra il rischio di spostare il problema dall’intenzione alla parola, ignorando tutto il resto, soprattutto il contesto.
Per assurdo (e un po’ trovo che lo sia) nei miei post non potrei rivolgermi ai miei 5 lettori (peraltro è una citazione manzoniana), perché questa semplice espressione potrebbe essere accusata di essere sessista, né risolverei la situazione rivolgendomi a lettrici e lettori.
Dovrei usare una formula neutra, magari abbondando con gli asterischi, riferendomi a*** mi** 5 lett*****, in modo da essere sicuro di non escludere nessuno nell’universo. Se non fosse che il mio senso del ridicolo me lo impedisce.
Il linguaggio deve essere usato con attenzione, sono d’accordo, ma un minimo di attenzione anche al contesto ci vuole, altrimenti si rischia, a furia di cercare di evitare trappole e scivolate anche dove non ci sono, di non essere più in grado di comunicare.
E’ ovvio che se in un post sul mio blog mi rivolgo ai miei 5 lettori, non sto pensando solo a lettori maschi bianche etero, anche perché non ho la minima idea (eccetto per chi lascia ogni tanto un commento) di chi o cosa possano essere.
Non sto discriminando nessuno e non ho intenzione di farlo.
Nessuno dovrebbe sentirsi offeso, a meno che io non intenda davvero offendere qualcuno (ma in quel caso sarei decisamente più esplicito).

Quei memini un po’ cretini

Tira aria di lockdown e puntuali come le invocazioni ai Santi quando suona la sveglia rispuntano le catene di Sant’Antonio (ma adesso si chiamano meme) che invitano a salvare i piccoli negozi e i produttori italiani boicottando Amazon (chissà perché invece Ebay è a posto), o i supermercati di proprietà francese, tedesca, slovacca (questo l’ho messo perché mi fa sorridere), o i prodotti di origine francese, cinese, tedesca, americana, slovacca (già sapete) etc.

A parte che questa idea vagamente fascistoide di ricreare l’autarchia è una cretinata fuori tempo, soprattutto in un periodo in cui con un semplice click su una app possiamo acquistare quasi qualunque cosa da quasi qualunque parte del mondo, e quasi sicuramente quello che acquisteremo non è stato prodotto interamente nello stesso posto da cui lo acquistate, o anche solo con materie prime tutte provenienti da lì.
Ci terrei però a fare qualche osservazione, ben sapendo che probabilmente cadrà nel vuoto mentale di chi abbocca a slogan come “prima gli italiani” e “non ce n’è coviddi”.

  1. I più grandi nemici dei piccoli negozietti non sono Amazon o Ebay, ma i centri commerciali e i supermercati, anche quelli italiani.
  2. Tutte, e sottolineo, tutte le grandi catene di supermercati in Italia fanno consegne a domicilio, come e più di Amazon.
  3. Amazon, in Italia, dà lavoro a tanti italiani (e non, ovviamente). Se dovesse andare in crisi, sarebbe un problema per molte famiglie italiane. Peraltro Amazon è utilizzato anche come canale di vendita da tanti commercianti, grandi e piccoli, italiani.
  4. La grande distribuzione idem. Che ve lo dico a fare.
  5. Per non parlare dei negozi, alcuni anche piccoli, che vendono prodotti non italiani.
  6. lo smartphone con cui vengono fatti girare questi meme è stato prodotto, molto probabilmente, in Cina.
  7. Vogliamo parlare della vostra prossima Playstation o Xbox?

Mozione Biden

Ai compagni che festeggiano la vittoria elettorale di Joe Biden ricordo che per quanto rispetto ai canoni politici statunitensi lui possa essere catalogato a sinistra, in realtà rispetto ai nostri canoni sarebbe un po’ più a destra di un Ciriaco De Mita, per chi se lo ricorda.
Se non vi ricordate Ciriaco, o siete troppo giovani, studiate.

Poi non dite che nessuno vi ha avvisato.

E comunque sì, resta una gran bella notizia.

Su Coviddu

Lo scorso agosto sono andato in Sardegna.
Sono stato 19 giorni in Sardegna.
Sono tornato, vivo, dalla Sardegna per raccontarlo.

In questo periodo la Sardegna è stata descritta in continente come una specie di zombieland del virus.
Mi sento di commentare soavemente che sono state dette e scritte un mare di cazzate.

Non esiste un‘emergenza Sardegna. Non esiste semplicemente perché il problema non è localizzato in un luogo specifico, è dentro di voi. Voi che pensate che non c’è più alcun rischio, voi che vi credete al sicuro perché il peggio è passato, voi che semplicemente non sapete indossare una mascherina.

Sono stato in posto bellissimi, in cui mi sono rifatto gli occhi e i polmoni (sa com’è, signora mia, l’aria di Milano è quella che è).
Ho trovato gente che sapeva come si usa una mascherina e gente che non lo sapeva. Dai secondi mi sono tenuto a distanza.
Immagino che in questo sia stato facilitato dal fatto che non frequento una discoteca dagli anni ‘90, e che neppure allora fossi un grande appassionato.
Ho frequentato spiagge e posti bellissimi, in cui c’era spazio a sufficienza per mantenere il distanziamento (agevolo foto illustrativa), ed ho evitato spiagge e altri posti altrettanto belli in cui c’era troppa gente tutta ammassata. It’s easy, if you want you can.

Spiaggia bellissima con distanziamento garantito

Detto questo, beccatevi l’ennesimo spiegone sulle mascherine, a cosa servono e come si usano.
Se siete di quelli che credono che il Covid-19 sia un complotto, le mascherine una museruola, il 5G un arma di distruzione di massa, e via dicendo in un abisso di cazzate da cui non posso e non voglio tentare di salvarvi, smettete pure di leggere. Questo post non fa per voi. Non siete abbastanza intelligenti.
È una cosa con cui dovrete imparare a convivere.

Dicevamo, le mascherine.
Le ormai note FFP2 e FFP3 proteggono chi le indossa. Se usate correttamente.
Le FFP3 più delle FFP2.
Ma sono dei DPI, Dispositivi di Protezione Individuali, ossia strumenti certificati per proteggere i lavoratori. Fanno parte di quelli che il testo unico sulla Salute e Sicurezza sul lavoro (il famoso Dlgs 81\08) definisce DPI di III categoria, quelli che più semplicisticamente vengono chiamati DPI salvavita.
Il loro utilizzo sul lavoro richiede specifica formazione e addestramento. Se no, non ci puoi lavorare.
Lo stesso vale per le KN95, che anche se non sono certificate secondo le norme europee, funzionano allo stesso modo.
L’uso di questi strumenti senza la corretta formazione e il corretto addestramento può renderli non solo inutili, ma anche dannosi.
Per questo, oltre al fatto che se ne trovano poche, sarebbe meglio lasciare che le utilizzino soprattutto il lavoratori che più ne hanno bisogno, in particolare gli operatori sanitari.
Un’altra cosa: in commercio si trovano mascherine con la valvola e mascherine senza la valvola. Se indossate correttamente, (devono aderire perfettamente al volto, per cui se avete la barba scordatevele) proteggono chi le indossa allo stesso modo, ma quelle con la valvola facilitano la respirazione, perché la valvola filtra l’aria in entrata e non quella in uscita. Morale, riducono la probabilità che vi prendiate il virus, ma non fanno nulla per impedire che voi spargiate il vostri sputazzi ovunque. Non a caso vengono definite maschere egoiste.

Passiamo alle altre mascherine. Quelle che dovremmo indossare tutti quando necessario (quando si entra in un ambiente chiuso, affollato, e comunque in ogni situazione in cui non è possibile mantenere il distanziamento).
Avete presente quali sono?
Le mascherine chirurgiche, quelle azzurrine, ma ci sono anche altre varianti di colore, e vanno bene anche quelle d’artista (come quella della foto sotto), coi disegnini, lo stemma della vostra squadra del cuore, i colori della bandiera, etc. (Purché non siano fatte all’uncinetto dalla nonna con tutti i buchini larghi per respirare meglio).
Non vi proteggono dal virus, ma se usate correttamente evitano che voi spargiate i vostri sputazzi.
E quindi aiutano ad impedire la diffusione del virus.
Ecco, queste sono definite mascherine altruiste.

Nessun blogger molto fashion è stato maltrattato per scattare questa foto.

Le mascherine altruiste funzionano così: se ci troviamo in uno spazio chiuso, a meno di un metro di distanza, o anche all’aperto, in condizione di possibile assembramento, e entrambi possediamo la mascherina, entrambi evitiamo di sputazzarci a vicenda.
Io in qualche modo proteggo te e tu in qualche modo proteggi me.
Si potrebbe quasi dire che siamo amici. Anche se non ci conosciamo.
Se invece nelle condizioni di cui sopra io indosso correttamente la mascherina (coprendo anche il naso, cazzo!) e tu no, non siamo più tanto amici, perché io sto proteggendo te e tu invece te ne sbatti e mi sputi addosso tutto quello che hai dentro.

Concludendo: se ci incrociamo e tu non hai la mascherina, o hai la mascherina ma lasci fuori il naso, o la tieni sotto il mento, o appesa a un orecchio, al gomito, in tasca, nel budello di tu ma’ (Cit.), io potrei sentirmi autorizzato a invitarti, anche se non ti conosco, a mantenere la giusta distanza da me.
Magari con l’ausilio di un bastone nodoso.