Il titolo non è sbagliato, è solo il modo di rendere l’idea della follia (Linsanity la chiamano gli ammericani) che sta attraversando in questi giorni lo sport USA. Non solo l’NBA, tutto lo sport.
Jeremy Lin è un ragazzotto di origini cinesi, di buona famiglia. Per dire, ha potuto permettersi gli studi ad Harvard, dove si è laureato in economia senza borse di studio e nel frattempo ha giocato a basket, con medie interessanti ma non eccezionali. Grandissima e prestigiosa università, Harvard, ma dal punto di vista del basket un po’ l’equivalente della Marapollese, tant’è che la sua squadra non partecipa neppure al famosissimo campionato NCAA. Insomma, Lin s’è fatto i suoi 4 anni di università, giocando nella IVY League, la lega sportiva dei college fighetti d’america, e quando ne è uscito ha ben pensato di rendersi eleggibile ai draft NBA 2010. Ovviamente non se l’è filato nessuno.
Essendo evidentemente dotato di capa tosta non s’è arreso, ha partecipato alla summer league (una sorta di oratorio feriale per giocatori NBA che vogliono mantenere la forma e per aspiranti che vogliono farsi notare) con la squadra di Dallas. Alla fine è riuscito a strappare un contratto biennale, al minimo sindacale, con i Golden State Warriors. Nel campionato 2010-2011 ha fatto qualche comparsata in campo e poi è stato spedito in D-league, una sorta di campionato alternativo per giovani da far crescere. Va da sé che uno che viene considerato bravo difficilmente ci finisce, ma gioca nella squadra ufficiale. Infatti alla vigila di natale 2011 lo hanno pure tagliato.
In qualche modo è riuscito a farsi prendere, senza contratto, dai New York Knicks. Il suo ruolo, fino al 4 febbraio scorso, è stato quello di partecipare agli allenamenti ed evitare che le panchine si spostassero facendo da contrappeso. Poi il 4 febbraio D’Antoni, sull’orlo della crisi di nervi (e del licenziamento) per la mancanza di risultati e con una squadra decimata dagli infortuni, ha tentato la mossa della disperazione facendo giocare quello che di fatto era il quarto tra i playmaker a disposizione, ma anche l’unico non scassato.
Lin ci ha messo del suo eh, quella sera ha piazzato 25 punti in 36 minuti contro i New Jersey nets, ma soprattutto ha fatto vincere la partita a NY. Poi ne ha fatti 28, poi 23 e 10 assist, poi 38 (e 7 assist) contro i Lakers, poi 20, poi 27, tutte vittorie. L’unica volta che ne ha fatti meno di 20 ne ha fatti 10, ma con 13 assist (che significa almeno 26 punti su suo passaggio, per intendersi) e un’altra vittoria. Mica male per una squadra che, prima del suo esordio, ne perdeva 2 su 3 anche con tutti i titolari.
Con lui in campo NY ha perso solo contro New Orleans, e i cretinetti dei giornali italiani hanno titolato robe tipo “Belinelli ferma Linsanity”. Peccato che ne abbia piazzati comunque 26, altro che fermarlo.
Dopodiché ha ripreso a vincere, ieri sera contro Dallas (la squadra di Nowitzki, i campioni in carica, mica cazzi), facendo 28 punti e 14 assist. Ah, stanotte giocano di nuovo. Altro che i nostri calciatori, che se giocano il mercoledì poi la domenica sono stanchi e bisogna capirli, porelli.
Tutto questo in due settimane.
Ha salvato le chiappe di D’Antoni, ha rimesso in carreggiata la squadra che rischiava seriamente di essere il flop più clamoroso della stagione, ha pure ottenuto finalmente un contratto grazie al quale ha potuto affittare un appartamento (la leggenda vuole che finora si sia arrangiato dormendo sul divano del fratello o facendosi ospitare da qualche compagno di squadra).
Vabbé, ci siamo capiti. Le solite storie ammericane, ma io che in fondo c’ho il cuore tenero mi commuovo sempre.